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Economia

Pnrr e riforme, con la fine del Governo Draghi non salta tutto

Due esperti come Carlo Cottarelli e Andrea Mazzillo spiegano perché il nostro Piano Nazionale al momento è al sicuro

C’è tempo fino al 25 settembre. Mario Draghi resta a Palazzo Chigi fino a elezioni per portare a termine i cosiddetti “affari correnti”, tra questi anche la firma dei decreti attuativi che riguardano il Piano nazionale di ripresa e resilienza e che permetteranno di rispettare le prossime scadenze con l’Europa.

Lo spauracchio, quindi, di perdere i fondi europei del Recovery Fund (68,8 miliardi di sussidi e 122,6 miliardi di prestiti) al momento non ha ragione di esistere.

“In un programma che dura sei anni come il Pnrr – dichiara a Panorama.it il Professor Carlo Cottarelli, docente di economia, ex presidente del consiglio incaricato ed ex direttore del dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale- è normale che il legislatore abbia previsto cambi di Governo e possibili crisi politiche e che quindi abbia elaborato lo strumento per tutelare la continuità del piano con deroghe di tempi e possibili slittamenti del calendario.”

Il terrorismo psicologico che disegna quadri apocalittici per il nostro Paese nel post Draghi, quindi, è assolutamente fuori luogo. “In linea di principio – continua Cottarelli - non è che un Governo nuovo dice ‘voglio cambiare il Pnrr perché questo era stato concordato dal governo precedente e a me questa cosa non piace’. Questo non è possibile. Il Pnrr si può implementare, ma non cambiare”.

Inoltre, sottolinea ancora l’economista, “La differenza tra la fine del mandato naturale e la caduta del Governo a conti fatti è stata di soli sei mesi ed è chiaro che si sarebbero potute concludere più riforme, rendendo più facili gli obiettivi presenti nel Pnrr, ma è ache vero che a sei mesi dalla scadenza del mandato i giochi erano comunque fatti”. Ora è cruciale capire cosa succederà con le elezioni e gestire i rapporti con l’Europa in una fase complicata. Mi riferisco sia alla questione della guerra in Ucraina sia della gestione dell’aumento dei tassi d’interesse che è particolarmente importante per noi. La BCE ha annunciato lo scudo anti spread e avere Draghi lì fino a marzo avrebbe potuto fare la differenza”

Però, conclude Cottarelli, “bisogna ribadire che le ‘promesse’ del Pnrr non sono oggetto di negoziazione e gli accordi vanno mantenuti. L’Europa chiederà continuità e il Pnrr ha tra le sue regole proprio il postulato della continuità dato che il programma non prevede la possibilità di modifiche anche in caso di cambi di Governo. La Commissione ha firmato un accordo col Governo in carica, ma non è concebile che vengano previste rinegoziazioni in caso di cambi di esecutivo”.

Premesso, pertanto che il Pnrr è al sicuro e che l’Italia dovrebbe davvero comportarsi molto male per perdere il diritto di accesso ai fondi (cioè non rispettare sistematicamente nei prossimi 4 anni tutte le promesse fatte da Draghi) quello che potrà cambiare sarà il modo il cui il nuovo Governo valuterà di mettere in atto le riforme scritte sul Piano nazionale.

Traccia un quadro dettagliato della questione il Professor Andrea Mazzillo, Docente di Economia presso l’Università di Pisa e membro del Gruppo di ricerca del progetto Next Generation EuroPA-Comune.

“Il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza – spiega l’economista - è un programma nazionale che cerca di dare una risposta alla crisi economia prodotta dalla pandemia. Da quando è stato approvato, però, sono avvenuti tutta una serie di eventi di geopolitica che hanno condizionato fortemente le scelte dell’Italia in termini di indebitamento con l’Europa. La guerra in Ucraina con la successiva crisi di meterie prime e rifornimenti energetici hanno pesato molto per l’Italia che ha dovuto direzionare il Pnrr alla luce di questa congiuntura. La spinta agli investimenti favorita dal Pnrr viene, infatti, in parte erosa dall’aumento dei costi delle materie prime e quindi necessariamente il piano nazionale dovrà essere rivisto, ma questo è stato contemplato dal legislatore. In pratica, noi avevamo detto che avremmo fatto tante cose con quei soldi in termini di investimenti, ma risentiamo di questo effetto che fa parte del contesto indipendentemente da Draghi o non Draghi”.

La sofferenza dell’Italia e l’eventuale impossibilità di far fronte agli impegni presi sarebbe stata fonte di confronto con l’UE anche se il Governo non fosse caduto.

“Il Pnrr può continuare a camminare sulle sue gambe – prosegue Mazzillo - ma bisogna valutare gli effetti indipendenti dalla caduta del governo cioè la pressione data dai mercati di approvigionameto delle materie prime e poi dallo scudo BCE. Questi fattori – indipendentemente dalla questione Draghi – determineranno la necessità di effettuare una rinegoziazione del piano perché cambiano gli obiettivi e le risorse risultano essere non più sufficienti per far fronte agli obietivi perchè il costo di determinate opere è indiscutibilente aumentato”.

“Il Pnrr – continua il Professore - è un contenitore che al suo interno ha una serie di visioni di quello che dovrebbe essere il futuro del Ppaese. La vera criticità non è capire se il piano andrà avanti, ma capire se il meccanismo di finanziamento tramite il Next generation è passato con una presa di responsabilità da parte dei Governi – indipendentemente dal colore politico - che si sono assicurati una serie di risorse per effettuare delle riforme che abbiano inserito all’interno del nostro Piano Nazionale”.

“Io non credo – conlude l’economista - che il problema sia la gestione in termini di prospettiva del Pnrr. E’ chiaro che se io in un documento scrivo che ‘occorre riformare la giustizia, occorre riformare il sistema fiscale’ siamo tutti d’accordo. Sono obiettivi su cui le forze politiche hanno trovato una loro convergenza e questi non si toccano. L’unica differenza è nel modo in cui questi obiettivi possono essere raggiunti ed è evidente che ogni esecutivo avrà una visione di come andranno declinate determinate riforme. Gli obiettivi rimangono gli stessi, potrebbero essere riviste le modalità, ma questa è la discrezionalità e il potere che ogni singolo Stato ha e in cui nessuna istituzione sovranazionale potrà mai entrare. Io non credo che ci siano problemi sotto il punto di vista del raggiungimento degli obiettivi, quello che potrà cambiare sarà la “ricetta”. Bruxelles in maniera molto puntuale verificherà il raggiungimento degli obiettivi come ha sempre fatto. A questo punto la domanda è se i futuri esecutivi avranno la stessa volontà di portare avanti certe iniziative, e se dalle urne uscirà una maggioranza parlamentare il grado di far proseguire il cammino delle riforme”.

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