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Economia

"Sul Pnrr ci sono ritardi evidenti. Ecco di chi è la colpa"

Le rassicurazioni di Draghi smentite dai fatti, ora la sfida è per Giorgia Meloni. Colloquio con Alessandro Plateroti: "E' il tempo della chiarezza e di evitare scelte di bandiera"

Chi ha giocato con i tempi di attuazione del Pnrr? E come si esce dalla situazione attuale, con le scadenze del 31 dicembre che incombono e con ritardi che mettono a rischio l'Italia nel suo rapporto con l'Europa. Un problema di credibilità su cui si misura il governo Meloni che ha raccolto l'eredità di Draghi. Panorama.it ne ha parlato con Alessandro Plateroti, direttore di Notizie.it ed ex vice direttore de Il Sole 24 Ore

Qual è la reale situazione nella applicazione del programma del Pnrr? Siamo davvero in ritardo come emerso in questi giorni?

"La risposta che mi viene è la stessa utilizzata da Kissinger parlando del Cremlino: 'Un rebus avvolto nel mistero'. Per due ragioni. C'è una profonda discrepanza tra quanto dichiarato dall'ex governo Draghi fino al giorno di passaggio di consegne, quando sembrava addirittura che fossimo in anticipo, e la situazione attuale. Ho recuperato quanto dichiarato ad ottobre, si diceva che tutti gli obiettivi erano stati raggiunti, pure in anticipo, e che anche per il resto dell'anno il ritmo era positivo".

La seconda ragione?

"Allora era stata confermata anche l'assoluta validità della struttura organizzativa creata dalla cabina di regia del governo Draghi. Un mese dopo abbiamo scoperto che tutto questo non esiste. Il nuovo governo Meloni ha scoperto le carte e il precedente non mi pare che le abbia smentite e soprattutto mi ha colpito la mancanza di informazioni puntuali sull'attuazione del programma quando Draghi aveva, come ultimo atto, confermato fino al 2026 l'attuale struttura. I conti non tornano".

Insomma, serve come prima cosa un atto di chiarezza sulla situazione?

"Certamente anche se è difficile anche solo dirlo perché tutti i primi interventi riguardavano la strutturazione di modelli organizzativi e di digitalizzazione per creare l'ambiente necessario all'attuazione del piano. E' stato fatto o no? Manca trasparenza, non c'era con quello di prima e non c'è con quello attuale. Viene denunciato un ritardo senza spiegare su cosa".

Facciamo un passo indietro: c'è stata un'omissione da parte di Draghi nel momento del cambio?

"C'è stata una rappresentazione dei fatti che secondo il governo Meloni non era vera ed è grave perché significa oggi andare a trattare con l'Europa screditando quanto fatto in precedenza. Giorgia Meloni è stata molto prudente fin qui, ricordando come la crisi energetica e l'aumento del costo delle materie prime abbia fatto sballare tutti i conti, solo che questo vale per tutta l'Europa e non si capisce perché siamo solo noi a risentirne. La realtà è un'altra?".

Quale?

"Quello che poteva essere realizzato fin qui erano modelli organizzativi non tangibili per noi. Nulla di concreto e toccabile con mano. Avete visto un cantiere finanziato dal Pnrr che sia stato aperto? E poi ci sono questioni oggettive come l'alto numero di imprese coinvolte che si sono ritirate per la questione dei costi o chiedendo garanzie sull'aggiornamento dei piani di lavoro che il vecchio governo non ha dato e quello nuovo sembra resistente a fornire. Questo complica l'apertura dei cantieri. Il governo può procedere aggiornando gli appalti anche attraverso scostamenti di bilancio, spiegando cosa non è stato fatto sia all'Europa che internamente non nel modo generico in cui è stato fatto finora".

Questa è la cornice generale. Riguardo agli obiettivi che mancano qual è la riflessione?

"Alcuni erano e sono obiettivi impossibili. Prendiamo la cosa più d'attualità che è il dissesto idrogeologico: si diceva che fossero 14 miliardi di euro mentre in realtà sono 2,4 di cui due terzi messi sulla creazione di sistemi di monitoraggio e digitalizzazione dei boschi. Non ci siamo. La missione impossibile era pensare di poter fare modelli organizzativi e attuazione dei cantieri quasi in modo simultaneo: questo era stato l'impegno e il nodo viene al pettine anche per questo. I ritardi più gravi sono sulla banda larga e l'educazione che erano i due cardini del Pnrr".

I ritardi, però, li scopriamo solo adesso

"Non è colpa di questo governo se le cose che dovevano essere compiute non sono state fatte. L'operazione di questi giorni è accendere un faro sul fatto che la realtà sia molto lontana da quella che ci eravamo immaginati fin qui e questa è una scappatoia ma anche un'operazione verità. Il nostro è un Paese che negli ultimi vent'anni ha avuto residui passivi pari al 50% dei fondi strutturali che riceve, ovvero non li spende".

Non abbiamo corretto i soliti vecchi vizi

"Siamo prigionieri di una maglia amministrativa inadeguata rispetto alla velocità con cui il governo Draghi si era impegnato a realizzare i programmi del Pnrr. Quello di Giorgia Meloni sembra che non voglia avere questo impegno. Chiede più tempo e più soldi, ho dubbi che l'Europa possa darci oltre i 300 miliardi che già ci ha destinato facendoci i conti in tasca. Anche perché noi continuiamo a essere lontani dall'equilibrio finanziario che si ottiene aumentando le entrate, cosa che anche l'ultima manovra non persegue".

C'è stato un errore di valutazione da parte di Giorgia Meloni nel momento in cui ha preso in consegna da Mario Draghi la partita della realizzazione del programma del Pnrr?

"Penso sia stato un errore di ingenuità politica e immaturità di governo. Anche di mancanza di cattiveria, aggiungo, perché è lei che si gioca più di tutti la faccia screditando Draghi. E' stata lei che ha fatto manifestazioni di apprezzamento reciproco con lui. Non puoi presentarti dicendo che cambi l'Italia se il Paese va oltre con i suoi problemi anche la portata di questo governo. Un conto era essere l'unico governo possibile, ma farlo diventare il migliore governo possibile implica serietà, piccoli passi e azioni concrete, cominciando dalle promesse mai mantenute e realizzate. E' un discorso che va oltre il rispetto degli impegni con l'Europa: significa creare le condizioni perché questo Paese cammini".

Ha senso ora andare in Europa screditando quanto fatto dall'esecutivo precedente?

"Assolutamente sì. Bisogna essere realisti: se questo paese non ce la fa, deve dire che non ce la fa senza abbaiare alla luna. Quello che ci mette sotto la lente è che nel rapporto con l'Europa mandiamo segnali contraddittori. Questa manovra è un insulto al buon senso, a partire dalla vicenda del Pos e dei contanti. Ne perde la credibilità del Paese su scelte che sono marginali. E lo stesso vale per le polemiche con la Banca d'Italia".

Cosa producono?

"E' un brutto copione da evitare. Si crea una nuova frattura istituzionale e di credibilità delle istituzioni. A chi credono in Europa? Alla Banca d'Italia o al governo?".

A Bankitalia, così come è più facile che credano a Draghi che alla Meloni

"Purtroppo è così ed è sbagliato. Se facciamo un audit vero di cosa ha fatto il governo Draghi le sorprese non mancano. Tutti i provvedimenti più importanti sono stati reiterazioni di provvedimenti del governo Conte, non c'è stato nulla di rimarchevole. C'è stato un paracadute di credibilità, uno scudo che è rimasto di Draghi e non si è trasferito sul Paese".

Il consiglio a Giorgia Meloni?

"Piedi per terra, non è più il tempo delle bandierine. E' il tempo di dimostrare che non sei più un governo che risponde solo agli elettori, ma a quelle che sono le condizioni reali del Paese. E' un sacrificio elettorale che, però, può premiare tutti".

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