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(Ansa)
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Economia

L’inflazione si ferma, ma i prezzi al carrello continuano a salire

Dati in chiaro scuro sulle rilevazioni dei prezzi a Novembre; il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto

L’inflazione è come Dottor Jekyll e Mister Hyde. Per molti analisti può avere il pregio di spingere i mercati, di far bene agli investimenti (in dosi normali), ma per la maggior parte degli italiani è un male che sta erodendo i salari mese dopo mese.

D’altronde, oramai siamo giunti a livelli insostenibili. Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese di novembre 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, senza prendere in considerazione i tabacchi, ha registrato un aumento dello 0,5% su base mensile, mentre su base annua il dato resta stabile all’11,8%, come nel mese di ottobre.

Per intenderci, questo significa che, a parità di salario, rispetto a un anno fa circa ora possiamo comprare circa il 10% in meno delle merci, se si considera che prima l’inflazione non raggiungeva il 2%. L’unica buona notizia è che tra ottobre e novembre la corsa dei prezzi è rimasta stabile, senza regalare l’ennesima fiammata.

Il vero problema, però, è che in molti casi l’inflazione viene utilizzata anche come scusa per far salire i prezzi. Lo si capisce dal valore di quello che l’Istat chiama “carrello della spesa”, un paniere di beni di prima necessità che viene utilizzato come parametro per misurare il costo della vita.

In parole povere, l’inflazione si è stabilizzata, ma i prezzi salgono lo stesso. A novembre, secondo l’Istat, i prezzi al carrello sono saliti da +12,6 a +12,8%. È lo stesso meccanismo, per capirci, che interessa i carburanti. Il prezzo del petrolio scende, ma la benzina resta intorno a 1,7 euro al litro. Senza considerare che a questi stessi livelli di greggio, un tempo la benzina era a 1,2 euro. Si chiama speculazione, un male che spesso fa il paio con l’inflazione e che, persino, la alimenta.

La speranza è che i prezzi dell’energia inizino timidamente a scendere e solo in quel caso potremo sperare di vedere i prezzi scendere. Ma, questo sia chiaro, non torneremo mai ai livelli pre pandemia e soprattutto prima che iniziasse il conflitto in Ucraina.

“Se nei prossimi mesi continuasse la discesa in corso dei prezzi all’ingrosso del gas e di altre materie prime, il fuoco dell’inflazione, che ha caratterizzato sin qui l’anno in corso, potrebbe iniziare a ritirarsi”, è il commento dell’Istat alla rilevazione di novembre.

A questi livelli tanto elevati le ricadute per le famiglie saranno pesantissime: secondo le stime dell Osservatorio Nazionale Federconsumatori, gli aggravi ammonteranno a +3.516,40 euro annui a famiglia, di cui +728 euro annui solo nel settore alimentare.

Del resto, l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha rilevato importanti modifiche nelle abitudini delle famiglie: dal calo del consumo di carne e pesce del -16,8% (settori in cui si nota anche uno spostamento verso il consumo di tagli e qualità meno costosi e meno pregiati), alla riduzione del consumo di frutta e verdura (che riguarda il 12,9% dei cittadini), al ricorso sempre più assiduo di offerte, sconti, acquisti di prodotti prossimi alla scadenza (abitudine adottata dal 46% dei cittadini). In tale contesto gli sconti del Black Friday assumono un nuovo significato: la maggior parte di chi acquisterà lo farà in vista delle festività natalizie, oppure effettuerà acquisti nel settore alimentare.

Il vero problema è che in Italia in media gli stipendi negli ultimi 20 anni non hanno subito ritocchi al rialzo significativi, il che – con questa inflazione – pone gli italiani tra i lavoratori più svantaggiati in Europa.

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