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(Ansa)
Tecnologia

«Per digitalizzare il paese servono giovani più che interventi strutturali»

Francesco Ferri, Pres. Assinter, spiega come usare al meglio il Recovery Fund per creare un'Italia digitale, per cui già oggi spende più di 7mld di sola manutenzione

«In un anno possiamo trasformare l'Italia in un paese davvero digitale. Un paese dove ognuno avrà la sua identità digitale, un suo fascicolo sanitario elettronico, una sua firma. Tutto a portata di clic nel rapporto con lo Stato». La pandemia ed il conseguente lockdown hanno cambiato le nostre vite forzando quella trasformazione digitale che per anni ed anni è stata colpevolmente rinviata. Basti pensare allo smart working, all'e-commerce, alla didattica a distanza, a tutto quello che abbiamo imparato a fare a distanza in questo anno e che non potrà mai più tornare com'era prima. Un cambiamento avvenuto però in maniera «obbligata» e quindi non organizzata al meglio anche se i risultati sono stati comunque positivi; resta quindi tanto lavoro da fare. Per completare questa trasformazione in grado di regalarci un paese più moderno, rapido, con meno burocrazia e distanza tra Stato e cittadino ecco che arriva in soccorso persino il Recovery Fund, il famoso stanziamento da 209 miliardi di euro in arrivo nel 2021 da Bruxelles e che, stando al documento stilato dal governo, dovrebbero essere usati in gran parte anche per la digitalizzazione della nazione.

«I 49 miliardi previsti - spiega Francesco Ferri, Presidente di Assinter, l'associazione che raggruppa le società che si occupano di digitalizzazione nella Pubblica Amministrazione - sono una cifra molto importante da usare nella maniera corretta. Si tratta di un'occasione che non possiamo fallire. Guai, ad esempio, a non fare i conti con quello che già esiste. A marzo, in poche settimane, abbiamo consentito a più di 100mila dipendenti pubblici di lavorare da remoto, con un aumento (oltre che cambiamento) della loro produttività. Esiste poi una rete digitale tra cloud, data center e server già sufficiente che costa solo di manutenzione 7,5 miliardi di euro l'anno. Non va costruito nulla di nuovo ma bisogna «federare» la rete già esistente».



Dal punto di vista tecnico quindi la situazione non è complicata, anzi. Ma un paese per dirsi e diventare davvero digitale dipende più dalle persone che dal cloud o dalla rete.

«La vera difficoltà - aggiunge Ferri - è la creazione della Cultura digitale. Nella PA ci troviamo davanti ogni giorno a persone mediamente poco formate e poco digitali, spesso non per colpa loro ma per semplici questioni anagrafiche. Da una parte quindi serve formare al mondo digitale queste persone ma poi la PA deve aprirsi davvero ai giovani. Servono assunzioni di migliaia di ragazzi in grado di portare una ondata di gioventù, di freschezza mentale, di novità in grado poi di trascinare tutti gli altri. Giovani che devono trovare nella PA un luogo di lavoro stimolante anche dal punto di vista economico. I giovani infatti hanno una visione diversa delle cose rispetto alle persone delle generazioni precedenti. Per loro è il consumer al centro del progetto, l'individuo. Per le vecchie generazioni invece è il processo stesso ad essere al centro dell'attività lavorativa. Questa è la vera trasformazione mentale e digitale».

Un cambiamento che è anche una grossa opportunità occupazionale.

Come effetto della pandemia è cresciuta molto la domanda di professioni ICT che facilitano la progettazione e realizzazione di soluzioni per l'interazione in rete di diversi soggetti (aziende, amministrazioni, clienti e cittadini), e l'attenzione alle professioni emergenti, focalizzate all'incremento di conoscenza dei fenomeni e all'innovazione di prodotti e servizi ; mentre rallenta la domanda di profili legati ad attività più tradizionali e/o interne all'organizzazione. Dal Solution Designer al Data Analyst fino al Cloud Specialist sono davvero svariate le opportunità che questo mondo offre ai giovani, ma non solo.

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Andrea Soglio