Calcio

L'esempio di Birindelli (e quello della Figc)

L'ex campione della Juve fa ritirare la sua squadra di esordienti per le intemperanze dei loro genitori. Risultato: multa e 3-0 a tavolino

Alessandro Birindelli ai tempi della Juventus, impegnato in un contrasto con Luis Figo. Oggi allena le giovanili del Pisa. – Credits: Ansa.

Un giocatore sbaglia un passaggio, un tifoso della sua squadra lo insulta, un altro tifoso interviene a difenderlo ed ecco scoppiare la rissa in tribuna. Peccato che il giocatore abbia 11 anni e che i due litiganti siano i padri di due suoi compagni della stessa età. Peccato anche che la mossa del loro allenatore di ritirare la squadra dal campo in nome di un altro modo di concepire il calcio sia stato punito dalla Figc con la sconfitta per 3-0 a tavolino, 1 punto di penalizzazione in classifica e 109 euro di multa. 

Il mister in questione è Alessandro Birindelli, un passato da campione d'Italia con la Juventus e un presente sulla panchina delle giovanili del Pisa, Esordienti Fair Play: a leggere il nome della categoria, il tutto suona ancora più grottesco. Come grottesca dev'essere sembrata l'intera storia ai piccoli protagonisti. "In effetti il messaggio ricevuto dall'allenatore da una parte e dalla Federazione dall'altra è diametralmente opposto", commenta il dottor Salvo Russo, psichiatra e psicologo dello sport a Siracusa, con diverse esperienze professionali nel mondo del calcio professionistico e giovanile."Quello di Birindelli è stato un atto coerente e coraggioso. Coerente perché in piena linea con il nome della categoria, con l'età evolutiva, con la sua figura non solo di istruttore ma anche e soprattutto di educatore. Coraggiosa perché, visto il suo curriculum sportivo, sapeva benissimo di andare contro corrente: quello che è accaduto in Toscana, è quello che accade tutti i fine settimana su tantissimi campi e campetti. E sa qual è l'ulteriore paradosso nell'atteggiamento della Federazione, oltre a quello legato al nome della categoria?".

No, ci dica...

"Che la Figc richiede espressamente la presenza di uno psicologo dello sport nelle Scuole calcio che vogliano essere accreditate dalla stessa Federazione, anche se poi tutto rimane nella stragrande maggioranza dei casi sulla carta, con figure compiacenti a ricoprire in modo fittizio quel ruolo. Anche perché c'è molto spesso l'ostilità degli stessi allenatori, che vi vedono una figura inutile o - peggio - che si sovrappone alla loro, senza nemmeno sapere cosa faccia esattamente uno psicologo dello sport".

Mettiamo allora che sia Lei a doversi ora confrontare con i ragazzini del Pisa: come agirebbe?

"Rinforzerei tutti i segnali di coerenza, a partire ovviamente dal nome della categoria, sul quale dovrebbero peraltro essere già stati sensibilizzati. Con domande logico-deduttive cercherei di arrivare a una riflessione sul fatto che, lasciando il campo dietro sua richiesta, si sono fidati di un uomo appunto coerente, che per questo deve godere della loro fiducia anche in futuro. I ragazzi potrebbero poi contestare il fatto di aver pagato per i genitori, che è poi una critica che spesso viene mossa, ed ecco allora che sorge una domanda destinata non solo a loro: chi ha stabilito che i primi a essere educati debbano essere per forza i piccoli giocatori e non invece i loro padri e le loro madri?".

Ecco, appunto: davvero non si può fare nulla per far sì che il mondo degli adulti inquini quello dei ragazzini anche nello sport?

"Cinicamente diversi allenatori, non solo del calcio, amano dire che il ragazzino perfetto è quello... orfano. Paradossi a parte, sappiamo bene che il problema esiste, soprattutto per tutte le proiezioni che i genitori fanno sui loro figli. La soluzione non sta però nell'escluderli bensì nel coinvolgerli in tutte le piccole attività societarie in cui possono sentirsi utili al di là del tifo sugli spalti. E poi, sfruttando le giuste figure professionali, fornire loro anche le necessarie informazioni sugli atteggiamenti 'vincenti' per aiutare la crescita dei loro figli  in campo e fuori. Con altri due colleghi la scorsa stagione ho seguito 12 squadre giovanili di un'importante Scuola calcio della provincia di Siracusa, nota per fornire giocatori ai vivai di tanti club professionistici siciliani, e posso dire che la partita - se giocata - non è affatto persa: abbiamo riscosso grande interesse e anche ottimi risultati".

Il fair play non è quindi solo un'utopia?

"Certo, anche se va ridefinito con criteri più ampi. Le 'Coppe Fair Play' vengono oggi assegnate sulla base del numero di ammonizioni ed espulsioni fatte registrare nell'arco della stagione, ma il fair play è anche altro. Ad esempio è anche avere un allenatore e un pubblico di un certo tipo: servirebbero allora esperti 'super partes' che vadano sui campi e assegnino un punteggio per quella speciale classifica, con non solo sanzioni per chi viene meno a certi valori ma anche bonus per chi li rappresenta al meglio. Mesi fa ho anche inviato una lettera in proposito ai vertici della Figc, ma al momento nessuno mi ha risposto...". Appunto. 

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