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(Ansa)
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Salute

Scienza e medici divisi sul plasma degli immuni contro il Covid

Favorevoli e contrari, dubbi e certezze. Il plasma di chi è guarito dal coronavirus per alcuni una cura, per altri l'ennesima speranza, vana

Plasma iperimmune. Sembrava una cura efficace, poi è stata ridimensionata, ma diversi ospedali italiani ricorrono tuttora agli anticorpi prelevati dai guariti al Covid-19. Insomma, è la cura «economica» che può salvarci prima del vaccino? Sebbene a tutt'oggi non ci siano evidenze scientifiche sui benefici della terapia, alla sperimentazione si aggiungono nuove regioni italiane. Per mancanza di farmaci specifici (gli anticorpi monoclonali non sono ancora disponibili) o nella speranza che l'immunizzazione passiva funzioni? Al momento il plasma viene somministrato come «cura compassionevole», ovvero su pazienti in pericolo di vita, in assenza di alternative terapeutiche.Il trial Tsunami (acronimo di Transfusion of convalescent plasma for the treatment of severe pneumonia due to Sars-CoV-2) è stato autorizzato dal Comitato Etico dell'INMI Spallanzani. Si tratta di uno studio nazionale comparativo randomizzato per valutare l'efficacia e il ruolo dell'emocomponente ottenuto da pazienti convalescenti da Covid-19. Si concluderà tra gennaio e febbraio 2021.

È DAVVERO UNA TERAPIA?

Il plasma dei guariti è già stato utilizzato per il virus Ebola e la febbre emorragica argentina. Sul Sars-CoV-2, niente al momento suffraga la sua capacità di sostenere la risposta immunitaria dei malati e aiutarli a contrastare il virus grazie all'infusione degli anticorpi di chi è sopravvissuto.Sarebbe, peraltro, un'ottima notizia. Purtroppo i risultati pubblicati sulla rivista Haematologica del primo studio italiano (non eseguito in doppio cieco), che affermavano la bontà della cura anche nei pazienti con infezione severa, sono stati smentiti da un studio più recente, apparso sul New England Journal of Medicine.

SPREMUTA DI ANTICORPI

Il primo studio «concettuale» italiano (promosso dalla Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia e l'ASST di Mantova) parlava di eccellenti risultati e di una riduzione della mortalità sui pazienti al 6 per cento. In questi mesi si sono susseguiti però altre indagini internazionale sull'effetto terapeutico dell'immunizzazione passiva mediante plasma iperimmune, ma tutti – almeno in questo momento – non confermano le ottimistiche previsioni. I dati pubblicati dello studio italo-argentino, realizzato dall'Hospital Italiano di Buenos Aires (quello apparso sul New England Journal of Medicine), sembrano una pietra tombale. Lo studio randomizzato in doppio cieco (significa che è stato comparato l'effetto del plasma e del placebo senza che i medici e i pazienti conoscessero la natura del trattamento) ha seguito 333 pazienti divisi in due gruppi: a 211 è stato dato il plasma in aggiunta alle terapie tradizionali (cortisonici ed eparina), a 111 queste ultime e placebo. Risultato: il plasma iperimmune non è stato determinante per ridurre la mortalità né per migliorare il decorso clinico.

COSTI E BENEFICI

Una dose di plasma costa 116 euro circa. La materia prima è gratuita, poiché viene donata dai pazienti - tra i 18 e i 60 anni - che hanno superato l'infezione Covid-19 e hanno maturato un titolo anticorpale di 160 (questa concentrazione di anticorpi assicura che, diluito fino a 160 volte, il plasma selezionato possa uccidere il virus in vitro). Il costo è dovuto alla trasformazione della materia prima e alla purificazione delle immunoglobuline iperimmuni. Per ogni paziente si somministra una dose di 300 ml fino a un massimo di due dosi. A donare il plasma possono essere solo coloro che, dopo una diagnosi di positività al virus con tampone molecolare, siano state dichiarate successivamente negative. I volontari possono donare una volta al mese fino a quando dimostrano di avere un titolo anticorpale sufficiente.«Il problema è trovare pazienti convalescenti disponibili, soprattutto se reduci da forme particolarmente aggressive della malattia» dichiara Andrea Cossarizza, ordinario di patologia generale e immunologia all'università di Modena e Reggio Emilia. «Inoltre il plasma si può ottenere solo durante l'ondata pandemica, e ovviamente in assenza di pazienti -che è quello che speriamo tutti- non sarà più possibile procurarsene a sufficienza. Anche questo rappresenta un limite non trascurabile dell'eventuale terapia». Il costo ridotto del plasma, soprattutto se confrontato alle risorse economiche impiegate per lo sviluppo di farmaci antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini, ha conquistato la fiducia di molti e lo scetticismo verso terapie ben più costose delle aziende farmaceutiche. «Nessuno scienziato avrebbe mai rifiutato l'impiego del plasma iperimmune se fosse davvero utile al miglioramento degli outcomes di sopravvivenza dei pazienti» dice Cossarizza. «Ma lo studio di Buenos Aires non è il solo a dimostrarne la mancata efficacia. La scienza tiene aperte le porte fino a prova contraria, e questa prova purtroppo ora esiste».

PERCHÉ CONTINUA LA SPERIMENTAZIONE?

Resta la possibilità di investigare in futuro il ruolo che potrebbe giocare il plasma per curare forme lievi e moderate della malattia. E proprio su questi casi si concentra il trial Tsunami. Tra le ipotesi ventilate, anche l'opportunità di trattare i pazienti a rischio immediatamente dopo la diagnosi di positività, per capire se una pronta infusione di anticorpi possa ridurre ilrischio di sviluppare una forma di infezione severa.«Si tratta di ipotesi» afferma Cossarizza. «E sarà difficile provare con sicurezza che eventuali miglioramenti nel decorso clinico siano l'esclusiva conseguenza della somministrazione del plasma e non di eventuali trattamenti farmacologici».È iniziata la distribuzione del vaccino, ma in funzione preventiva. La terapia è tutt'altra faccenda: «Non abbiamo molte alternative a disposizione per i pazienti e nessuna specifica per Sars-CoV-2. Abbiamo mutuato farmaci impiegati per altre patologie che si sono rivelati d'aiuto in fase emergenziale» conclude lo studioso. «Se la terapia del plasma viene comunque applicata in abbinamento ai farmaci non potremo tirare una linea di demarcazione netta per distinguere dove inizia l'effetto positivo dell'infusione, e soprattutto capire se esiste davvero un effetto positivo. Nessuno avrebbe l'ardire di privare alcuni pazienti delle cure standard per controllare i benefici del plasma».

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