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(Vincenzo Nuzzolese, Getty Images)
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Salute

«Siamo al picco, tra 45 giorni potremo tornare ad una situazione di controllo dei contagi»

Davide Tosi, docente di informatica, racconta come e quando usciremo dalla seconda ondata. Ma non si deve abbassare la guardia o si ricomincia tutto da capo

Forse si comincia ad intravedere la luce in fondo al tunnel di questa seconda ondata di Covid. A dirlo non è un virologo, nemmeno un medico o personale delle ambulanze, ma un matematico che studia (da matematico )i numeri fin dall'inizio della Pandemia. Numeri che a volte meglio delle considerazioni tecniche raccontano l'andamento della Pandemia.

I numeri della Pandemia che in questi mesi hanno caratterizzato l'emergenza sono stati ricavati dal tracciamento dei casi. Per arginare il virus è stata applicata la strategia delle tre T: Tracciare, testare e trattare ma è la mancata la tempestività senza la quale si è perso il controllo sul virus. Questi dati sono oggetto da mesi di analisi da parte di medici, virologi, fisici e adesso anche di informatici come Davide Tosi esperto di big data e professore all'Universita dell'Insubria di informatica e ricerca che cura la pagina fb Facebook "Predire è Meglio che Curare" www.covid19-italy.it

Cosa può dirci dell'andamento delle curva epidemica di queste ultime settimane?

«A mio avviso c'è un chiaro rallentamento delle curve epidemiche sia a livello di casi giornalieri sia di terapie intensive e ospedalizzazioni. Anche il numero dei decessi è calato. Un dato che si è iniziato a vedere in questi 10 giorni dopo il 30 novembre. Sono in molti a sostenere che il calo sia dovuto in parte ad una saturazione nel tracciamento dei casi ma osservando gli ultimi dati dei screening si può vedere sono gli stessi degli ultimi mesi. Il rallentamento quindi è reale».

Quanti giorni ci vorranno per vedere una sostanziale diminuzione dei contagi?

«Siamo arrivati in cima alla montagna ed ora inizia la discesa. Ci sono voluti 45 giorni per scalarla e ce ne vorranno altrettanti per appiattire la curva epidemica. A fine mese potremmo arrivare all'ingresso del flesso della curva mai poi serviranno altri 20 giorni per scendere. L'OMS dice che bisogna attendere due cicli di incubazione del virus, quindi indicativamente un mese quando si è prossimi al contagio e un altro mese quando abbiamo poche decine di nuovi positivi al giorno per poter dichiarare conclusa un'ondata epidemica. Nella prima fase della pandemia c'è voluto tutto aprile per far scendere il numero dei casi che sono diminuiti a maggio e praticamente quasi azzerati a giugno. Ora in questa seconda ondata ci vorrà il mese di dicembre per far per scendere i contagi insieme al mese di gennaio. A febbraio saremo di nuovo liberi, ma bisognerà evitare di fare gli stessi sbagli dell'estate. Solo mantenendo un comportamento responsabile senza fare quello che abbiamo fatto ad agosto se ne potrà venire fuori. Il lockdown soft ha dato i suoi risultati anche se non è stato tempestivo».

Era prevedibile la seconda ondata?

«C'erano tutti i segnali dal 25 agosto che facevano prevedere quello che è successo. Una chiusura parziale anticipata forse avrebbe risparmiato diverse vite. Uno stallo secondo me dovuto alla politica tra governo regioni. Con tutti gli esperti che hanno è impossibile che non si è previsto tutto questo. Le mosse politiche del governo hanno ritardato tutto di molto. Per il tracciamento è stata utile Immuni? Poteva essere uno strumento potente se ci fosse stata tempestività ed una partecipazione delle persone. Molte persone non avevano i dispositivi adeguati. I miei genitori ad esempio con un iPhone 6 non potevano installarla. I paesi orientali hanno messo in atto questo tipo di contact tracing ed ha ha funzionato. È mancato una campagna di sensibilizzazione adatta sulle informazioni delle privacy che è stata una delle resistenze maggiori della popolazione per scaricarla. Per essere uno strumento utile l'80 per cento della popolazione avrebbe dovuto installarla, ma siamo al 15 per cento quindi è decisamente meno utile.»

Sul sistema di tracing invece ad aver osservato dei problemi è il professor Roberto de Vogli che insegna psicologia della salute globale all'Università di Padova:

«Il sistema di tracing è saltato. Il numero dei casi positivi cresce più velocemente della capacità di fare testing (tamponi) e quindi il sistema di tracing diventa progressivamente meno affidabile. In pratica ci sono troppi contagi ed è impossibile tracciarli tutti. È un aumento del rapporto tra positivi e i test con i quali vengono individuati, quindi non si riesce più ad individuare quanti contagi ci sono veramente, il sistema non riesce a tracciarli tutti.»

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