Covid: per parecchi studi la clorochina funziona, ma non si può usare
Compresse di idrossiclorochina vendute negli Stati Uniti (GettyImages).
Covid: per parecchi studi la clorochina funziona, ma non si può usare
Salute

Covid: per parecchi studi la clorochina funziona, ma non si può usare

Inchiesta sull'autunno caldo

  • Panorama ha condotto un'indagine approfondita per capire come l'Italia si sta preparando ad affrontare la seconda ondata di Covid 19. L'inchiesta è pubblicata in tre puntate a partire dal 13 ottobre.
  • Prima puntata: La Cenerentola della lotta contro la pandemia.

Lo strano caso del farmaco antimalarico usato contro il Coronavirus. Poco amato dalla scienza ufficiale e dalle case farmaceutiche, ha ottenuto alcuni buoni risultati nei trial clinici. Ma per dimostrarne l'efficacia occorre finanziare studi indipendenti. Che nessun soggetto privato ha interesse a pagare. Perché il farmaco rende troppo poco.

L'ultimo studio è stato pubblicato il 20 settembre sull'International Journal of Infectious Diseases. Realizzata a livello nazionale in Olanda, l'indagine ha coinvolto 1064 pazienti Covid ricoverati in 14 ospedali. Ed è arrivato alla conclusione che, per i malati trattati con idrossiclorochina, il rischio di trasferimento in terapia intensiva per procedere alla ventilazione meccanica diminuisce del 53%.

Non male. Nonostante gli studi avversi, l'ostracismo degli enti governativi, l'ostilità delle case farmaceutiche, le prese di posizione politiche e l'avversione dei media internazionali, l'umile idrossiclorochina resta in prima fila nella lotta al Covid 19. Umile perché il principio attivo nato come antimalarico (ora autorizzato anche per il trattamento di varie malattie reumatiche) è a bassissimo costo, ha il brevetto scaduto e non consente a nessuno di fare grandi soldi. In altre parole, potrebbe far inceppare la macchina di Big Pharma, che sta cercando di lucrare sulla pandemia del secolo e sul suo vaccino.

Precisazione doverosa: al di là del nome difficile da pronunciare, il principio attivo comunemente usato per trattare il Covid 19 è l'idrossiclorochina, una molecola derivata dalla clorochina base a cui è stato aggiunto un anello di idrogeno e ossigeno per renderla più efficace e tollerabile. E se si parla di clorochina è semplicemente per sintesi giornalistica. Altrettanto doverosa è la spiegazione che validare un farmaco per il trattamento di una malattia diversa rispetto a quella per cui è già approvato è un processo lungo e complicato. Occorrono studi clinici randomizzati, controllati e a doppio cieco. Prima di dire la parola definitiva sull'efficacia dell'idrossiclorochina saranno quindi necessari anni. Il problema però è che la seconda ondata di Covid incombe. E i medici, in particolare quelli sul territorio, la stanno affrontando a mani nude.

Al di là delle precisazioni scientifiche, resta però un fatto: in questa fase preliminare il principio attivo del farmaco sembra dare buoni risultati anche per il Covid 19. Illuminante, un articolo di Sanità Informazione, il quotidiano della sanità italiana, il cui titolo recita: «The Lancet pubblica uno studio pro-idrossiclorochina. Negli Usa, tre Stati cancellano il divieto sul farmaco. Cosa sta succedendo?». Si legge nell'articolo: «Attualmente, sono stati pubblicati 102 studi sull'idrossiclorochina/clorochina (62 sono peer review). Di questi il 75% sono positivi, mentre il 25% sono negativi».

In questo 25% rientra lo studio più rilevante: quello pubblicato il 22 maggio da The Lancet, fino a quel momento autorevolissima rivista scientifica britannica. L'indagine, firmata dal professore di Harvard Mandeep Mehra, concludeva che l'idrossiclorochina aumentava la mortalità dei pazienti Covid-19. Apriti cielo. In pochi minuti, la notizia ha fatto il giro del globo, finendo in bella mostra nelle aperture dei siti e dei tg e sulle prime pagine dei quotidiani.

Ed è partito l'effetto domino. Il 25 maggio l'Organizzazione mondiale della sanità ha sospeso il suo trial su idrossiclorochina e clorochina come farmaci contro il Covid-19. La decisione dell'Oms ha indotto, il giorno dopo, l'Agenzia del farmaco italiana, l'Aifa, a sospendere l'autorizzazione all'uso dell'antimalarico. E lo stesso hanno fatto Francia e Belgio. Il 15 giugno anche la potentissima Food and Drug Administration statunitense ha ritirato l'autorizzazione a utilizzare la clorochina in regime d'emergenza.

Le notizie avevano stupito la redazione di panorama.it, che in un'inchiesta pubblicata lo scorso 24 aprile era stata la prima a dar conto di un'iniziativa di un gruppo di medici di base della provincia di Milano. Per due mesi consecutivi, i circa 200 Medici in prima linea (questo il loro nome) avevano somministrato idrossiclorochina, associata a eparina e a un antibiotico, a malati domiciliari di Covid, escludendo i pazienti con patologie cardiache del ritmo. Con risultati più che soddisfacenti: guarigione pressoché immediata, percentuale irrisoria di ricoveri ospedalieri e nessun decesso.

Dal giorno in cui la rivista britannica aveva pubblicato l'indagine, il dottor Andrea Mangiagalli aveva iniziato a esprimere dubbi a panorama.it. «O noi siamo i più bravi di tutti, oppure c'è qualcosa che non va nello studio di The Lancet» aveva commentato il promotore del gruppo Medici in prima linea. E aveva concluso, sarcastico: «Propendo per la seconda ipotesi».

Il 5 giugno è arrivata la dimostrazione che Mangiagalli aveva ragione. Dopo una lettera scritta alla rivista britannica da 120 ricercatori di tutto il mondo che metteva in discussione la validità dello studio, The Lancet ha dovuto ritirare lo studio che bocciava il farmaco antimalarico. E ancor oggi, se si apre la pagina Internet della rivista britannica dove compare lo studio, si vede una scritta a caratteri cubitali di color rosso che recita «Retracted», ritirato.

E non è finita qui. Lo studio olandese appena pubblicato è tutt'altro che un caso isolato. La stessa rivista che a maggio aveva cassato l'idrossiclorochina è tornata sui suoi passi. Il 21 settembre The Lancet ha pubblicato uno studio in cui sostiene che la molecola riduce la mortalità da Covid. Fra il primo marzo e il 30 giugno 2020 negli Stati Uniti sono stati arruolati 10.703 pazienti trattati con idrossiclorochina e 21.406 pazienti non trattati. La mortalità complessiva è risultata inferiore nel gruppo che usava idrossiclorochina rispetto a coloro che non l'avevano ricevuta.

«Nel gruppo trattato con idrossiclorochina ci sono zero morti, mentre nel gruppo controllo senza idrossiclorochina si registrano sette decessi» ha detto a Sanità Informazione Antonio Cassone, già Direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, che ha aggiunto: «In questo studio comunque c'è ancora una ottima dimostrazione che la idrossiclorochina a dosi basse-moderate è assolutamente sicura».

Più cauto il professor Massimo Puoti, direttore del reparto Malattie infettive dell'ospedale Niguarda di Milano. «Gli studi esistenti non sono fra i più attendibili. Però esistono dati desunti da tali studi, elaborati dal British Medical Journal, che dicono che è possibile che l'idrossiclorochina dia una riduzione dei tempi di guarigione dai sintomi» spiega Puoti. «Mancano invece, per ora, dimostrazioni molto convincenti sul fatto che l'idrossiclorochina produca una minore mortalità, una minore comparsa di insufficienze respiratorie e un minore ingresso in terapia intensiva. D'altro canto, lo stesso discorso vale per l'altro farmaco che stiamo usando, il Remdesivir, su cui invece si stanno facendo studi importanti e che, guarda caso, avrà costi alti».

Il problema dell'idrossiclorochina è che, avendo costi molto bassi, i produttori non sono disposti a investire quattrini nella ricerca. «Mentre i produttori di nuovi farmaci stanno facendo studi realizzati in modo da risultare altamente attendibili, cosa che richiede grossi finanziamenti alle spalle, per l'idrossiclorochina non esistono aziende disposte a finanziare costosissimi trial» conclude Puoti. «A finanziare questi studi dovrebbero essere enti terzi, come l'Aifa, il ministero della Salute o addirittura un ente europeo».

Come risultato, l'idrossiclorochina è la Cenerentola dei farmaci anti-Covid. Come ha osservato Cassone, che è membro dell'American Academy of Microbiology e ha oltre 300 pubblicazioni scientifiche all'attivo: «Purtroppo gli editori di riviste importanti sono molto riluttanti a pubblicare qualcosa di positivo sulla clorochina e idrossiclorochina (chiamo questa riluttanza effetto "Trump-Bolsonaro") mentre pubblicano immediatamente anche paper deboli quando clorochina e idrossiclorochina non funzionano».

Già, Trump... Assieme alla sua controparte brasiliana, il controverso presidente degli Stati Uniti ha sponsorizzato a gran voce l'idrossiclorochina. Il 18 maggio Trump era arrivato al punto di annunciare che ne prendeva una compressa al giorno per prevenire il contagio da Covid 19. Una pratica priva di fondamento («Non ne è stato dimostrato l'effetto profilattico, se assunta prima di contrarre il virus» ha spiegato Cassone), che gli ha attirato gli strali di tutta la comunità scientifica. E la notizia della sua positività al Covid, il 2 ottobre, ha dato la botta finale all'idrossiclorochina, percepita ormai come un farmaco «sovranista».

Ma, al di là della battaglia politica, c'è la pratica quotidiana. E questa sembra non avere dubbi. Mentre negli Stati Uniti trumpiani e anti-trumpiani si scontravano sull'innocente molecola, in Germania i medici di base non avevano dubbi. Il 25 settembre, il settimanale Der Spiegel ha pubblicato un articolo passato pressoché inosservato ma che contiene una notizia bomba: «I medici tedeschi hanno fatto prescrizioni in massa di farmaci contro la malaria».

Il giornalista Martin U. Mueller spiega che «il principio attivo della malaria, l'idrossiclorochina (...) ha trovato molti sostenitori anche in Germania». Il settimanale si riferisce a una valutazione preliminare, effettuata per conto di Der Spiegel, dall'Istituto scientifico della AOK, la cassa malattia tedesca fondata dal cancelliere Otto von Bismarck.

Secondo le stime dell'Istituto, i medici di famiglia tedeschi hanno prescritto ingenti quantità di idrossiclorochina: 704.000 dosi giornaliere a febbraio, oltre un milione a marzo. «L'analisi è basata sulle prescrizioni dei medici di medicina generale, effettuate estrapolando i dati AOK» si legge nell'articolo. «Ad aprile e maggio le cifre sono nuovamente diminuite, ma si sono mantenute su un livello più alto rispetto all'anno precedente».

Prima ancora dei tedeschi, erano scesi in campo i cinesi. Come riferisce l'agenzia di stampa cinese Xinhua, il 17 febbraio 2020, in una conferenza stampa, i funzionari cinesi hanno annunciato che l'agente antimalarico ha dimostrato una buona efficacia nei pazienti affetti da Covid-19. E hanno «unanimamente» proposto di includere il farmaco nelle future linee guida per il trattamento del Covid 19. Cosa che è puntualmente avvenuta. E il 19 agosto le linee guida della Commissione di salute nazionale hanno continuato a raccomandare il trattamento a base di idrossiclorochina.

Alla luce di queste considerazioni, logica vorrebbe che almeno i produttori di idrossiclorochina cercassero di promuoverla. Non è così. Per capire perché occorre fare un passo indietro. L'idrossiclorochina è un derivato della clorochina, sviluppata più di 80 anni fa dalla famigerata IG Farben, il conglomerato chimico tedesco confluito poi nel Gruppo Bayer.

Ironia della storia, Bayer aveva deciso di ritirare la clorochina dal mercato perché ormai obsoleta nel 2019. Ma dopo lo scoppio della pandemia, a causa dell'impennata della domanda, ne ha aumentato di nuovo la produzione. Secondo la Cnn, solo gli Stati Uniti a giugno ne avevano ammassate 63 milioni di dosi. E per la Germania, il ministro federale della Sanità Jens Spahn ha annunciato che «sono già state prenotate ingenti quantità di clorochina».

A produrre l'idrossiclorochina, con il nome commerciale di Plaquenil, è invece la multinazionale Sanofi. Ma essendo un farmaco fuori brevetto che costa pochissimo (6,08 euro per 30 compresse) non rappresenta un grande business. Anche perché subisce la concorrenza dei generici: la versione equivalente della Doc costa 5,12 euro.

«Queste sono briciole. Al momento Sanofi, cioè il prodittore, concentra la sua attenzione su un'attività infinitamente più vantaggiosa: la ricerca del vaccino» spiega il dottor Andrea Mangiagalli. «Anche perché il vaccino andrebbe a tutti, la clorochina unicamente gli ammalati. Solo in Occidente si parla di oltre un miliardo di dosi. A Sanofi insomma conviene puntare sul vaccino, che cambierà gli equilibri geopolitici del mondo. E non sulla povera idrossiclorochina, sulla quale le aziende non puntano perché ha un valore di mercato prossimo allo zero».

(Continua)

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