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Ursula von der Leyen a Bruxelles il 10 febbraio 2021 (Getty Images).
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Politica

Il mea culpa di Bruxelles sui vaccini

Ursula von der Leyen ha ammesso i ritardi nella campagna vaccinale europea.

La Commissione europea ha fatto mea culpa. Ursula von der Leyen è intervenuta oggi con un'autocritica sulla gestione dei vaccini. «Siamo arrivati in ritardo con le autorizzazioni, siamo stati troppo ottimisti sulla produzione di massa, e forse siamo stati un po' troppo sicuri sul fatto che le quantità ordinate sarebbero state consegnate in tempo utile» ha dichiarato, impegnandosi comunque di nuovo a «immunizzare il 70% della popolazione in Europa entro l'estate».

Le affermazioni della presidentessa della Commissione risultano significative, perché evidenziano una (probabilmente inesorabile) presa d'atto del fallimento che l'esecutivo europeo ha riscontrato sulla fondamentale questione dei vaccini. Un elemento tanto più rilevante, se si pensa al fatto che – appena una decina di giorni fa – la stessa von der Leyen avesse rilasciato una serie di interviste a vari quotidiani internazionali proprio per difendere il suo operato e scaricare la colpa di quanto accaduto sulle grandi ditte farmaceutiche. Ricordiamo, per inciso, che – in termini di campagna vaccinale – l'Unione europea risulta al momento nettamente indietro rispetto a Israele, Regno Unito e Stati Uniti. Evidentemente è servito a poco anche il soccorso della stessa cancelliera tedesca, Angela Merkel, che – nei giorni scorsi – aveva difeso la von der Leyen proprio sulla questione dei vaccini. Ma che cosa significa specificamente sul piano politico la presa d'atto della presidentessa?

In primo luogo, troviamo una questione politica e simbolica: un netto fallimento delle istituzioni europee, soprattutto a fronte di un Regno Unito che – secondo i più aspri critici della Brexit – si sarebbe dovuto trovare in fortissima difficoltà, dopo il divorzio da Bruxelles. Ecco: almeno sul fronte vaccinale la situazione preconizzata sembra dimostrarsi invertita. Il che si pone anche come problema di credibilità dell'Unione europea agli occhi del mondo e – forse soprattutto – di coesione interna (visto che si registra non poco malcontento proprio sul tema della vaccinazione). In secondo luogo, attenzione alle ripercussioni per l'Italia: si tratta di una questione in primo luogo sanitaria, ma in un certo senso anche politica. Non dimentichiamo che proprio il piano di vaccinazione dovrebbe costituire uno degli impegni principali del nascituro governo Draghi: è per questo che ulteriori ritardi su tale fronte rischiano di determinare (ulteriore) instabilità politica per il nostro Paese.

In terzo luogo, bisogna fare attenzione alle dinamiche di natura geopolitica. Davanti ai ritardi della Commissione, alcuni Stati membri hanno, per così dire, iniziato a fare da soli. Pensiamo, per esempio, all'Ungheria, che – nei giorni scorsi – ha dato il via libera al vaccino cinese e a quello russo. Un vaccino russo a cui anche dalle parti di Berlino stanno guardando con sempre maggiore interesse. Ricordiamo d'altronde come, nelle ultime settimane, Angela Merkel abbia sostanzialmente aperto al siero Sputnik V: un'apertura che nasce da due esigenze complementari. Una di natura interna, visto che in Germania si sono avute critiche nei confronti della gestione europea dei vaccini. Un'altra di natura geopolitica: non trascuriamo che la cancelliera stia perseguendo una sorta di Ostpolitik, per sganciarsi maggiormente dalla sfera statunitense e avvicinarsi a Mosca. Un avvicinamento, quest'ultimo, che si sta verificando attraverso svariati canali: dallo stesso Sputnik V al gasdotto Nord Stream 2.

In tutto questo, non è affatto escluso che anche Bruxelles stia iniziando a mostrare maggiore interesse per il vaccino russo: soprattutto dopo che – a inizio febbraio – The Lancet si è espressa positivamente su di esso. «Lo sviluppo del vaccino Sputnik V è stato criticato per la sua fretta, il fatto che abbia bruciato gradini e una mancanza di trasparenza. Ma i risultati riportati qui sono chiari e il principio scientifico di questa vaccinazione è dimostrato» ha scritto la rivista scientifica. E non sarà un caso che, più o meno nelle stesse ore, siano arrivati segnali «distensivi» dall'Unione europea. Il commissario alla Sanità, Stella Kyriakides, e il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, si sono mostrati relativamente possibilisti su Sputnik V, mentre il governo spagnolo si è definito addirittura «entusiasta». Come che sia, indipendentemente dai russi, l'autocritica della von der Leyen sui vaccini ha mostrato enormi limiti in seno all'Unione europea. Un elemento che dovrebbe spingere ad abbandonare l'eurolirismo acritico, per abbracciare finalmente sostanziali progetti di riforma dei meccanismi decisionali e delle istituzioni europee.

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