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Vaccini e ripresa: gli Usa corrono, l'Europa arranca

I numeri mostrano in maniera limpida chi sta facendo meglio e chi peggio. Errori e ritardi dalle conseguenze pesanti anche dal punto di vista economico

Gli Stati Uniti stanno procedendo a ritmo spedito nelle vaccinazioni. Secondo quanto riferito dal New York Times, circa 119 milioni di persone hanno ricevuto almeno una dose di siero contro il Covid-19: di questi, quasi 73 milioni hanno completato l'intero processo vaccinale. Al momento, il tasso di vaccinazione sarebbe al 36%, con l'amministrazione Biden che punta a somministrare 200 milioni di dosi entro il suo centesimo giorno in carica. Va ricordato che una tale velocità sia stata resa possibile anche dal fatto che Donald Trump abbia investito moltissimo nella ricerca vaccinale l'anno scorso, grazie soprattutto all'Operazione Warp Speed. Va comunque dato atto a Joe Biden di aver posto la campagna di vaccinazione in cima alle proprie priorità di governo e di aver ulteriormente accelerato i tempi nelle scorse settimane.

Tutto questo, senza dimenticare la linea di "nazionalismo vaccinale" che sta portando avanti la Casa Bianca. Biden ha infatti escluso di spedire dosi all'estero prima di raggiungere una copertura adeguata in termini di fabbisogno interno. Ricordiamo, tra l'altro, che lo Zio Sam è all'ottavo posto a livello mondiale per quanto riguarda i progressi nella campagna di vaccinazione. Dall'altra parte, nonostante non pochi problemi, anche il fronte economico continua a migliorare. I dati sull'occupazione, diffusi la settimana scorsa, sono infatti particolarmente incoraggianti. Nel mese di marzo, l'economia americana ha creato 916.000 nuovi posti di lavoro, con il tasso di disoccupazione che è sceso al 6%. Un dato, quest'ultimo, in linea con il trend positivo degli scorsi mesi. Dopo il picco di disoccupazione registrato ad aprile del 2020 (14,7%), il tasso è progressivamente sceso fino al 6,7% di dicembre e, come detto, al 6% dello scorso marzo.

Certo: non stiamo parlando di un quadro totalmente roseo. In particolare, si registrano attriti tra la Casa Bianca e alcuni Stati (a partire dal Texas) che stanno fortemente allentando le restrizioni contro il Covid-19 e riaprendo a pieno ritmo. È tuttavia un fatto oggettivo che sul piano vaccinale e dell'occupazione la situazione americana stia fortemente migliorando. Tutto questo, senza dimenticare gli interventi economici da parte dello Stato. Il Congresso ha recentemente approvato un piano di aiuti contro la crisi per il coronavirus, proposto dalla Casa Bianca, dal valore complessivo di 1,9 trilioni di dollari. Inoltre, sempre la Casa Bianca ha pochi giorni fa avanzato un piano di riforma infrastrutturale da circa 2 trilioni di dollari. È vero che si registrano dibattiti abbastanza accesi, con i repubblicani (e qualche democratico centrista) che lamentano spese eccessive (in alcuni casi non senza qualche fondamento). Resta però anche in questo caso il fatto di uno Stato che – indipendentemente da chi siede nello studio ovale – interviene, prendendo di petto gli effetti negativi della crisi. Si pensi, sotto questo aspetto, al Cares Act: il mega pacchetto (anch'esso contro il Covid) da 2,2 trilioni di dollari, varato a marzo del 2020.

Una situazione complessiva, insomma, che fa impallidire l'Unione europea. Un'Unione europea che ha stanziato appena 750 miliardi di euro con il Recovery Fund e che si sta ritrovando ad affrontare problemi economici sempre più pressanti. Senza dimenticare i pasticci commessi dalla Commissione sul piano dell'approvvigionamento vaccinale: pasticci che, ancora oggi, continuiamo a pagare. Una situazione dettata probabilmente non tanto dalla noncuranza o dalla mera incapacità, quanto – forse – dal non saper leggere i fenomeni politici. Tutte le potenze mondiali (Stati Uniti, Cina e Russia) hanno affrontato la pandemia e il conseguente approvvigionamento vaccinale per come andavano affrontati: come un problema, cioè, di sicurezza nazionale. La Commissione europea invece, che difetta di cultura politica e abbonda invece di mentalità burocratica, ha trattato la questione in termini meramente economicistici e legali. Con i "bei" risultati che oggi ci ritroviamo.

Del resto, il fallimento di Bruxelles è plasticamente reso dalla suddetta lista del New York Times, dedicata all'avanzamento della campagna vaccinale Stato per Stato. Da una parte, gli Stati Uniti sono all'ottavo posto e il Regno Unito al settimo. Dall'altra, per trovare il primo Paese dell'Unione europea (tolta Malta) bisogna arrivare al tredicesimo posto, dove si colloca l'Ungheria: vale a dire quello Stato che, già da tempo, ha di fatto voltato le spalle alla gestione di Bruxelles e ha deciso di muoversi per conto proprio con i vaccini di Russia e Cina. Sia ben chiaro: esporsi al vaccino cinese è rischioso sia in termini geopolitici che sanitari (un funzionario cinese ha recentemente ammesso che i sieri del Dragone abbiano un'efficacia limitata). Ma il problema è proprio questo: se la Commissione avesse svolto correttamente il proprio compito, l'Unione europea oggi sarebbe meno vulnerabile ad influenze come quella di Pechino: quella stessa Pechino che sta espandendo da mesi la propria influenza geopolitica a colpi di "diplomazia vaccinale". È quindi auspicabile che qualcuno si renda prima o poi conto che l'Unione europea così com'è non funziona affatto. E che vada fortemente riformata. Al di là di comodi espedienti gattopardeschi da maquillage politico.

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