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Politica

Verzichelli: «Il referendum? Da strumento di cambiamento partecipativo ad esercizio lezioso»

Il neo presidente dei politologi italiani ricorda come «da quando l’istituto referendario venne applicato in Italia per la prima volta, nel 1974 (divorzio), l’affluenza alle urne è rimasta elevata per un quarto di secolo: poi si è trasformato in strumento dai messaggi cervellotici»

Il 12 giugno si voterà per i referendum sulla giustizia promossi da Lega e Radicali. I cinque quesiti ammessi riguardano l’abrogazione della legge che vieta la candidatura a cariche pubbliche per persone con condanne penali definitive superiori a due anni di carcere, l’eliminazione della custodia cautelare per alcuni reati, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e due riforme di alcune norme che regolano le attività del Consiglio superiore della magistratura (Csm).

Panorama.it ha dialogato con Luca Verzichelli, neo presidente dei politologi italiani, per analizzare «il declino di efficacia del referendum dovuto ora all’incapacità dei partiti di canalizzare la partecipazione ora all’apatia montante in larghi strati dell’elettorato».

Professore, è utile ripercorrere l’indice di gradimento nella nostra storia referendaria.

«Non vi sono dubbi sul fatto che i referendum abrogativi celebrati nel corso dell’ultimo ventennio abbiano incontrato un gradimento mediamente più basso rispetto al periodo precedente. Da quando l’istituto referendario venne applicato per la prima volta (nel 1974, quando gli Italiani furono chiamati ad esprimersi sulla legge che aveva introdotto il divorzio, grazie alla convergenza di comunisti e partiti laici di governo) l’affluenza alle urne è rimasta elevata per un quarto di secolo. Soltanto nel 1990 si era registrato (sui tre referendum “verdi” relativi a caccia e pesticidi) il mancato raggiungimento del quorum. Tuttavia, anche allora i votanti avevano superato il 43%».

Insomma, il “mal di quorum” sembra essere la patologia tipica di questo strumento di democrazia diretta

«Dopo il nuovo fiasco dei 7 referendum del 1997, il secolo si chiudeva con un appassionante caccia al quorum, in occasione della consultazione “secca” sulla proposta di abrogazione della quota proporzionale prevista dal sistema elettorale della Camera. Siamo nel 1999 e vota il 49,6%: per circa 150mila voti dunque il quorum non scatta, e pur con una schiacciante preferenza abrogativa del 92%, il referendum non sortisce effetti. Paradossalmente, questa fallimentare esperienza costituisce il canto del cigno della partecipazione referendaria. Prova ne è che soltanto un anno dopo soltanto il 32% degli elettori considererà una proposta sostanzialmente simile».

E con il nuovo secolo?

«La storia referendaria restituisce un’immagine speculare rispetto all’immagine di partecipazione che aveva fino allora connotato il referendum abrogativo: soltanto 4 dei 21 referendum tenutisi dal 2000 hanno raggiunto il quorum (il pacchetto del 2011 trainato dai due referendum per l’acqua “bene comune”) mentre tutti gli altri sono rimasti lontani dalla maggioranza assoluta dei votanti».

Come spiegare il declino della capacità attrattiva del referendum?

«Si è fatto riferimento all’incapacità dei partiti di canalizzare la partecipazione, o alla apatia montante in larghi strati dell’elettorato, che determina un astensionismo (in senso lato) cui concorrono fattori politici e sociali, e anche atteggiamenti individuali. Tutto vero. Ma forse la particolare debolezza del referendum dovrebbe essere analizzata guardando anche a disinteresse e demoralizzazione indotti da quesiti troppo tecnici, spesso incomprensibili e talvolta relativamente incapaci di produrre un mutamento delle politiche pubbliche».

Atmosfera distante dalle grandi battaglie referendarie del passato…

«A prescindere dall’esito, rappresentarono momenti di confronto tra elettori che sapevano di avere in mano una leva di cambiamento: un valore o un istituto legislativo specifico veniva espunto o confermato sulla base del principio, tipico delle così dette democrazie consensuali, per cui le maggioranze possono occasionalmente cambiare senza minare gli equilibri di governo».

In che modo?

«Paradossalmente, per mettere in pratica questa leva di cambiamento consensuale, si era data forza, nel 1970, ad un potente strumento “maggioritario”, che può consentire ad un quarto degli elettori (il 50% +1 di “SI” rispetto al 50%+ 1 dei votanti) di cambiare una legge!».

Eppure gli italiani non avevano fatto mancare la propria partecipazione al referendum.

«Il caso di scuola è quello del divorzio: ma anche la famosa legge 194 sull’aborto, il finanziamento ai partiti, le norme sul nucleare (e da ultimo, proprio quelle sull’acqua bene comune), hanno rappresentato poste per le quali ci si è misurati partendo da un dilemma chiaro a tutti: sconfessare o meno il legislatore su una decisione ritenuta fondamentale, per la quale vale la pena di “scendere in campo”».

E non mancavano quesiti “tecnici” già trent’anni addietro.

«Esatto, come i vari meccanismi del sistema elettorale protagonisti dei referendum degli anni Novanta che rientrano in questo schema. Gli elettori sapevano certo che queste norme fossero appannaggio dei politici, ma sapevano anche di poter forzare il gioco spingendo i politici stessi a cambiarle (questo era lo scopo di Mario Segni tra 1991 e 1993) proprio attraverso operazioni di chirurgia referendaria. Fu così che diventammo tutti esperti di “sistema maggioritario” e di “governabilità”».

Non è stato sempre facile comprendere il nesso tra abrogazione (quasi sempre parziale) di leggi e cambiamento.

«Anche quando i referendum hanno toccato temi propri della coscienza individuale (ad esempio la procreazione assistita). Gli elettori faticano ad appassionarsi a tematiche anche importanti che tuttavia vengono affrontate con quesiti dal messaggio cervellotico. Questo si applica a referendum singoli (il caso delle “trivelle” del 2016) o a pacchetti di micro-riforme che assumono sempre più i toni di un ossessivo refrain da parte di riformatori che cercano mutamenti difficili da comprendere, magari pescando tra dispositivi di legge lontani nel tempo e semisconosciuti».

Di chi la colpa di questo agire cervellotico, allora?

«Dell’esercizio lezioso da parte di riformatori incalliti (come i radicali) o del leader opportunista di turno, che tuttavia mostrano di aver perso il contatto con i feelings della gente. Le reiterate campagne fallimentari su sistemi elettorali, politiche del lavoro e sulla giustizia danno proprio una impressione di leziosità. Questo naturalmente non significa che alcuni quesiti non risultino importanti per un potenziale cambiamento. Ma è la ratio complessiva che sfugge».

E per l’appuntamento di domenica 12 giugno?

«Anche il pacchetto dei referendum 2022, al netto della discutibile operazione di selezione operata dalla Coorte costituzionale, presenta un problema di disegno complessivo. Pensare di rivisitare il pianeta giustizia allineando i pochi avvocati presenti nei Consigli giudiziari ai magistrati che votano le valutazioni dei loro colleghi, o eliminando l’obbligo delle 25 firme per le candidature al CSM, sembra operazione assai velleitaria. E anche il quesito che intende limitare l’applicazione delle misure cautelari eliminando soltanto il rischio di ripetizione del reato dalla lista delle motivazioni non offre agli elettori un chiaro scenario di mutamento».

Professore, ci aiuti a comprendere almeno il clima d’opinione.

«Insomma, i partiti sono morti. I leader non hanno idee. Le istituzioni parlamentari e di governo sono screditate e ingessate. La Corte costituzionale sbaglia. Ma anche il referendum abrogativo non sta troppo bene e forse il ritorno ad un suo utilizzo più proprio – misurare il consenso su misure specifiche per le quali si ritiene di consultare direttamente gli elettori – aiuterebbe a frenarne il declino».

Luca Verzichelli, grossetano, classe 1964, è ordinario di Scienza politica presso il dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena e dallo scorso settembre è il nuovo presidente della Società italiana di scienza politica (Sisp), nata nel 1973 per volontà del professor Giovanni Sartori (1924-2017), che ricordiamo tra i più autorevoli politologi della scena internazionale. Studioso del sistema politico italiano e di analisi delle istituzioni e rappresentanza parlamentare in prospettiva comparata. È stato visiting fellow al St. Antony College dell’Università di Oxford e alla Australian National University e tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo “Il sistema politico italiano” (Carossi, 2020) scritto a due mani con Maurizio Cotta.

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