Porta Pia: i fatti, gli uomini, le armi
Bersaglieri posano in assetto da combattimento dopo la presa di Porta Pia (Getty Images)
Porta Pia: i fatti, gli uomini, le armi
Politica

Porta Pia: i fatti, gli uomini, le armi

150 anni fa la battaglia per Roma. La cronaca dei fatti, i protagonisti, le strategie e le armi in campo


Il sogno di Roma Capitale del Regno d'Italia preconizzata da Cavour si realizzò quasi un decennio dopo la sua morte. Alla battaglia per la risoluzione manu militari della "questione romana" si giunse dopo il fallimento delle vie diplomatiche con Pio IX (che dopo la parentesi della Repubblica Romana si era chiuso in Vaticano abolendo tutte le riforme precedentemente concesse). La vera svolta giunse con la disfatta francese contro la Prussia e la caduta di Napoleone III, garante della sicurezza e dell'integrità dello Stato Pontificio e della sua protezione armata. Il ritiro graduale delle guarnigioni francesi dai territori governati dall'ultimo Papa-Re aveva permesso l'avvicinamento delle divisioni Italiane del "Corpo di Osservazione dell'Italia Centrale" alla Città Eterna dopo alcuni scontri in territorio laziale con i soldati pontifici. L'ultimo tentativo di risolvere la questione per vie diplomatiche ebbe luogo la sera prima della presa di Roma quando il conte prussiano Henri Von Arnim, ambasciatore presso la Santa Sede, comunicò il rifiuto delle trattative da parte del Papa, le cui decisioni erano ormai pilotate dai comandanti dell'Esercito pontificio decisi a resistere entro le mura.

Fuori le mura aureliane, prime ore del 20 settembre 1870. La battaglia e gli uomini


Quando scese la sera del 19 settembre 1870 non solo la zona di Porta Pia, ma tutta la città di Roma era circondata dalle divisioni italiane giunte nei pressi delle porte dislocate lungo le mura aureliane. Il comandante generale Raffaele Cadorna si preparava all'assalto inizialmente pensato per il giorno stesso ma successivamente posticipato al 20 settembre per permettere lo svolgimento delle ultime mosse diplomatiche.
Lungo via Tiburtina si era già acquartierata la XIII Divisione del generale Emilio Ferrero con la Brigata Cuneo sulla destra e la Brigata Abruzzi sulla sinistra in vista di un attacco ancora da stabilire, se contro Porta San Lorenzo o Porta Maggiore, mentre la XI Divisione del generale Enrico Cosenz si trovava nei pressi di Ponte Salario sul fiume Aniene pronta a dare l'assedio alla porta omonima, la Salaria. A poca distanza la XII Divisione, guidata dal generale Gustavo Mazé de la Roche attendeva a Ponte Nomentano, con gli avamposti composti dagli uomini del 41° Fanteria e 12° Bersaglieri rivolti verso la Porta Pia. Completavano il quadro delle forze italiane incaricate dell'assalto di Roma la IX Divisione comandata da Cadorna pronta ad attaccare la Porta San Giovanni. Contemporaneamente presso la porta di San Pancrazio al Gianicolo si videro arrivare le forze della II Divisione, comandata dall'eroe e veterano dell'Unità d'Italia generale Nino Bixio.
L'assalto, previsto alle prime luci dell'alba del 20 settembre, prevedeva una serie di attacchi sincronici di artiglieria alle diverse porte di accesso delle mura aureliane. Porta Pia, diventata il simbolo della vittoria, non fu la prima a ricevere i colpi dei cannoni. Erano le 5:15 quando le bocche di fuoco della XIII Divisione iniziavano l'attacco diversivo per attrarre parte dei pontifici alla Porta Maggiore, supportate dall'azione di fanti del 59° in funzione di esca già dalla notte precedente. La fanteria pontificia tentò anche una sortita nel buio, venendo respinta. Durante lo scontro a fuoco caddero i primi due morti italiani della battaglia per Roma, ore prima dell'azione epica della breccia. L'assalto a porta Maggiore durò pochissimo, con pochi colpi sparati dalle batterie di Ferrero giunte a soli 270 metri dalle mura. La bandiera bianca dei soldati del Papa si alzò quando la luce del sole illuminava da poco la porta. Il primo baluardo della Città Eterna era caduto.
La Divisione del comandante in capo Raffaele Cadorna, la Nona, muoveva verso porta San Giovanni già alle 4 del mattino, con 14 pezzi di artiglieria al seguito, comandati dal generale Guglielmo De Sauget da Vibo Valentia che si appostava alla cascina Matteis. Come convenuto, alle 5:15 del mattino dodici cannoni aprivano il fuoco soverchiando gli unici due pezzi pontifici a difesa della porta, che in poco tempo si schiantava in fiamme generando anche in questa zona la resa dei soldati di Pio IX. Fu in questo frangente che il capo di Stato Maggiore delle forze pontificie, il tedesco Hermann Kanzler, si risolse per la resa prima ancora che l'assalto principale alle porte Salaria e Pia fosse compiuto. Mentre il comandante dell'esercito di Pio IX organizzava la deposizione delle armi, gli Italiani continuavano a far fuoco lungo le mura.
Poco prima delle 5:30 la Undicesima e Dodicesima divisione erano in posizione per dare inizio all'attacco principale verso le due porte Pia e Salaria, distanti tra loro poche centinaia di metri e collegate dalle mura aureliane.
Il Generale Giuseppe Angelino, secondo gli ordini del superiore generale Mazé della XII Divisione, aveva diviso i suoi uomini a destra e a sinistra della via Nomentana perché sferrassero l'attacco sia attraverso la Porta Pia che per la breccia che le artiglierie avrebbero dovuto aprire nella cinta muraria a ridosso del varco. Con lui erano i Bersaglieri del 35° Reggimento in attesa a villa Torlonia, e i fanti della Brigata "Bologna" con il 39° Fanteria a villa Massimo e il 40° a villa Sant'Agnese. Completava lo schieramento la Brigata "Modena" del generale Carchidio di Malavolta (41° e 42° Fanteria) con i Bersaglieri del 12° Reggimento e le artiglierie. Acquartierati a cascina Bonesi approntavano i 12 cannoni a cui si aggiungevano altre due bocche a villa Dies lungo la Nomentana, queste ultime puntate verso le artiglierie pontificie sistemate sulle mura. In posizione più arretrata le riserve di artiglieria a Villa Albani (comandate da Luigi Pelloux, futuro Primo Ministro del Regno) dove si era stabilito il comando italiano di Raffaele Cadorna a soli 500 metri dalle mura. Pronti ad intervenire erano anche altri sei Battaglioni Bersaglieri e ulteriori due cannoni a villa Macciolini.
Sono proprio le batterie di riserva ad aprire il fuoco contro la Porta Pia alle 5:30 del mattino, comandate da un ufficiale di religione ebraica, il capitano Giacomo Segre del 9° Reggimento Artiglieria. Le azioni di cannoneggiamento furono tutt'altro che agevoli per gli uomini di Cadorna, che osservava la scena da un rilievo nel parco della villa Albani. I pontifici avevano infatti concentrato il grosso delle difese a Porta Pia inclusi numerosi tiratori scelti che presero a martellare i pezzi italiani disturbando il tiro e colpendo persino alcune stanze della villa dove era il comando supremo italiano. Per questo motivo il cannoneggiamento della porta risultò più lungo che in altri punti delle mura, a causa dei colpi di precisione dei cecchini pontifici sistemati sul tetto di villa Patrizi, avamposto stabilito appena fuori le mura. Il primo assalto del 35° Bersaglieri sarà proprio contro i fucilieri nemici, dopo aver aperto un varco con l'ausilio degli Zappatori del Genio. Dalla porta Salaria i cecchini del Papa tenevano sotto scacco le forze di villa Albani, tanto che il generale Cosenz decise di posizionare il fuoco di risposta con i tiratori scelti del 49° Fanteria e 34° Bersaglieri.
Tre ore e mezza dopo il primo colpo di cannone, finalmente le mura crollavano a poche decine di metri dalla porta. La breccia era visibile dai comandi italiani, ma le difese pontificie non davano segni di resa. Porta Pia era infatti barricata dall'interno, mentre la Salaria era stata addirittura murata e alcuni pezzi dell'artiglieria papale avevano preso a sparare sugli Italiani dal colle del Pincio. Fu necessario allora che il generale Mazé spostasse le artiglierie a villa Torlonia dalla Nomentana, per proseguire il bombardamento della porta che alle 9:45 risultava danneggiata da una breccia di 30 metri di ampiezza. Fu allora che Cadorna ordinò a Cosenz di preparare l'assalto finale avvicinando i suoi uomini alla porta. Il 39°Fanteria comandato da Carchidio avrebbe dovuto assaltare la porta coperto dal fuoco dei Bersaglieri del 35° Reggimento, mentre al 12° Bersaglieri e al 41° Fanteria sarebbe toccato il passaggio attraverso la breccia. Nella corsa all'assalto dalla Nomentana e dalla Porta salaria il primo ad arrivare alle mura pontificie fu il 34° Bersaglieri giunto in riserva, e fu anche il primo ad avere il primo caduto, il Maggiore Pagliari. All'ingresso dei soldati del Regio Esercito si alzavano le prime bandiere bianche e i trombettieri rispondevano con il "cessez le feu", che tuttavia non fu udito da tutti nel caos dell'assalto. In particolare continuarono a sparare le truppe scelte del Papa, gli Zuavi pontifici del generale Athanase de Charette, asserragliati a poca distanza dalla porta conquistata dagli Italiani nella villa Bonaparte, oggi sede dell'Ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Gli ultimi scontri a fuoco si ebbero attorno alle 10 del mattino, mentre alla medesima ora lontano dalla breccia presso la Porta San Pancrazio, la II Divisione di Nino Bixio conquistava l'obiettivo non senza difficoltà e un certo spargimento di sangue tra i suoi (7 morti e 23 feriti) a causa della strenua resistenza dei pontifici e il tiro preciso delle artiglierie che sparavano senza sosta dalla Leonina.
Il giorno stesso il Luogotenente Colonnello Primerano controfirmava l'atto di resa consegnato dal Capo di Stato Maggiore pontificio, Maggiore Rivalta. Roma era italiana, ad eccezione della parte a Sud dei bastioni di Santo Spirito comprendente il Monte Vaticano e Castel sant'Angelo: l'ultimo lembo del potere temporale dei pontefici dal quale si ritiravano lentamente i soldati del Papa ai quali erano comunque concessi gli onori di guerra.


Le armi a Porta Pia


Le forze in campo il 20 settembre 1870 furono caratterizzate da una marcata disparità: mentre le forze guidate dal generale Raffaele Cadorna contavano circa 65.000 uomini, le difese delle armate pontificie superavano di poco le 13.000 unità. Dal punto di vista dell'armamento individuale invece, i soldati di Pio IX si trovavano in vantaggio. Nel 1868 il comandante generale Hermann Kanzler aveva infatti optato per l'adozione di un nuovo fucile brevettato lo stesso anno, il Remington Rolling Block. Si trattava di un'arma a retrocarica a colpo singolo calibro 12,7 mm. Prodotto dalla newyorchese E.Remington and Sons era stato sviluppato a partire dai modelli impiegati durante la Guerra Civile americana come quelli in dotazione agli uomini del generale Custer a Little Big Horn. Caratteristica peculiare del modello in dotazione ai Francesi (e quindi ai Pontifici) era l'otturatore in grado di ruotare su un perno, meccanismo che riduceva ai minimi termini il pericolo di inceppamento e garantendo l'efficacia di tiro per la capacità del fucile di 13 colpi al minuto. I proiettili erano metallici e la gittata massima di 900 metri aveva un tiro utile di 300. I Remington ex pontifici, bottino di guerra, furono per un periodo dati in dotazione ad alcuni reparti di Bersaglieri.
Gli Italiani potevano invece contare su un fucile che vide il proprio impiego in azioni belliche unicamente in occasione della Presa di Roma. Si trattava del Carcano modello 1867, uno dei primi fucili a retrocarica adottati dall'Esercito italiano dopo la sconfitta per mano dai Francesi a Mentana, che erano equipaggiati proprio con fucili a retrocarica "Chassepot". Salvatore Carcano, il padre di molti fucili italiani, lo aveva progettato tenendo conto delle ristrettezze economiche con le quali l'Italia post-unitaria dovette fare i conti. Nonostante questo, il Carcano 1867 fu tutto sommato un fucile riuscito se suoi considera che il budget per il suo sviluppo fu ridotto a circa un quinto di quanto richiesto dal progettista (famosa fu la frase di Carcano in risposta ad un funzionario: " Con rispetto parlando, Eccellenza…ma con dieci lire di spesa massima a disposizione, speravate che sparasse anche dritto?"). Anche se in realtà si trattava di una trasformazione del vecchio modello 1860 a retrocarica, il Carcano 1867 era alimentato da proiettili di carta (sempre a causa dei suddetti problemi finanziari del Regno) ed era dotato di un otturatore detto "a catenaccio" a colpo singolo. Il percussore era ad ago e il calibro di 17,5 mm per un tiro utile di circa 200 metri e una gittata di circa 800 metri. Il problema principale del fucile era l'affidabilità essendo una riconversione di una retrocarica, con problemi di resistenza alle intemperie e facilità di inceppamento. Per questo motivo durante lo stesso 1870 sarà sostituito dal più performante Vetterli-Vitali, che sarà utilizzato durante le prime avventure coloniali dell'Italia post-risorgimentale.
Una curiosità sulle armi impiegate a Porta Pia riguarda la ipotetica presenza tra le mura della Città Eterna di una delle prime mitragliatrici della storia. Diverse fonti parlano della presenza di una Claxton .690, una mitragliatrice americana a sei canne meccanica ad razionamento manuale, che sarebbe stata capace di 80 colpi al minuto per una gittata superiore ai due chilometri. La leggenda vuole che Papa Pio IX ne avesse impedito l'utilizzo direttamente al comandante degli Zuavi pontifici di Charette per evitare un bagno di sangue che avrebbe finito per nuocere all'immagine del Pontefice e per meglio dimostrare al mondo intero quanto quella di Porta Pia fosse stato un atto di guerra nei confronti di uno Stato libero.

I Bersaglieri erano equipaggiati con fucili Carcano modello 1867 calibro 17,5 mm (Getty Images)

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