Politica

Pd-M5S, intesa o morte!

Dalle prossime regionali alle Elezioni Politiche (quando saranno). Il patto però più che un modello politico sembra l'ultima spiaggia

giallorossi

Antonio Rossitto

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Al suo cospetto, gli ospiti degli studi televisivi tremano: guai a incappare nelle ire del giusto. È il più bisbetico e intransigente democratico della Penisola. Eppure perfino Massimo Cacciari è stato costretto a ritrattare: «L’accordo tra Pd e Cinque stelle è una sciagura» notificava lo scorso 12 agosto. C’ha ripensato. Le elezioni per il nuovo sindaco della sua Venezia incombono. E l’ispido filosofo ha ritrovato la saggezza: «Pd e Cinque stelle hanno radici simili, un’intesa è possibile. È l’unica cosa sensata da fare». Del resto, «la coerenza è la virtù degli imbecilli». E il frangente politico diventa l’audace summa della citazione di Giuseppe Prezzolini

Non vanno d’accorso su nulla, ma approntano patti da Enna a Trento. Giallorossi a Roma, giallorossi ovunque. Gli ondivaghi dem ormai faticano a celare l’ardore. Il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, è pronto a convolare: con i Cinque stelle si sente a casa. Stesse idee: su ambiente, giustizia sociale, sviluppo. Largo dunque «a un’intesa di idee che si può riproporre in tutti i territori». Pure il capo delegazione governativo del Pd, Dario Franceschini, sogna l’altare: «Dobbiamo provarci per battere questa destra pericolosa». E il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha già comprato l’anello nuziale: «Perché no?».

Smack, smack e ancora smack. Di fronte a una Lega sempre arrembante, gli alleati a Palazzo Chigi sono costretti a far di necessità virtù: infrattarsi in camporella fingendo di sognare l’amore della vita. Sepolta ogni furiosa battaglia, scollinate le distanze ideologiche, l’intesa va replicata. Proprio mentre i sondaggi cominciano a dare gli alfieri del Conte bis in leggero vantaggio sulla reunion del centro destra. Giallorossi per sempre. A comiciare dalle elezioni regionali. Si parte con l’Umbria, il 27 ottobre 2019. Poi sarà il turno di Emilia Romagna e Calabria. Per poi arrivare, nella prossima primavera inoltrata, a Veneto, Liguria, Toscana,  Marche, Campania e Puglia. Tornata strategica: si voterà anche in centinaia di comuni e una ventina di capoluoghi.

Il primo ircocervo elettorale è nato nelle terre umbre. Dopo lungo peregrinare, è stato scelto un nome comune: Vincenzo Bianconi. Del resto, un segno di discontinuità era indispensabile. La governatrice uscente, Catiuscia Marini, è reduce da un decennio al potere. Culminata con un’inchiesta che ha svelato l’ennesima Sanitopoli a Perugia e dintorni. Indagata la presidente, indagato il segretario regionale del Pd, Gianpiero Bocci, non restava che cambiar cavallo. I funerei pronostici davano in vantaggio Donatella Tesei, scelta dalla Lega. Ma due settimane fa i giallorossi hanno rimesso la palla al centro: nuovo candidato, pronostico riaperto.

L’accordo farà da apripista nella confinante Emilia Romagna, dove un’altra intesa è imminente.  Il dem Stefano Bonaccini, governatore vezzeggiato e trasversale, non è stato in discussione nemmeno un istante. Correrà ancora una volta. Così i Cinque stelle s’arrovellano su come declinare il decantato nuovismo. L’ultima trovata è nascondere il Movimento dietro una lista civica, che comprenda anche qualche nome di area dem. Una sorta di partito unico, sotto mentite spoglie. L’idea viene accarezzata pure in Calabria, dove il mandato di Mario Oliverio volge al termine. Il governatore briga per la riconferma. Ma resta indagato per corruzione in un’inchiesta su tre appalti pubblici. Indigeribile, persino per il nuovo e accomodante corso dei pentastellati. Che sognano di converso la candidatura del senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia.

Da Scilla a Cariddi: alle grandissime manovre pure in Sicilia. Alle amministrative di primavera, si vota in tanti comuni e in due capoluoghi. Nell’entroterra si sceglie il nuovo sindaco di Enna, feudo di Mirello Crisafulli, il mitologico «Barone Rosso». Dal cucuzzolo dell’isola, già poggia la sua benevolente e massiccia mano sui sempre dileggiati grillini. L’altro capoluogo alle urne è Agrigento, città dei Templi e di Pirandello. In ossequio all’autore siciliano, il sindaco di centro destra Lillo Firetto, dopo opportuno riposizionamento tramite Italia viva, sarebbe pronto al triplo salto carpiato: candidato dei neopattisti. Nella vita, scriveva Luigi Pirandello, s’incontrano «tante maschere e pochi volti». Ahilui, non aveva ancora visto all’opera i giallorossi. 

Nel 2020 si voterà in sei regioni. E gli alleati a Roma sognano di trionfare pure in Gallia. In Veneto Alessandro Bisato, segretario regionale Pd, già mette a verbale: «Schieramento più ampio possibile». Ma servirà solo a evitare che l’annunciata sconfitta contro Luca Zaia si trasformi nella solita disfatta. Epilogo che rischia di ripetersi a Venezia. Il sindaco Luigi Brugnaro è pronto al bis, forte del patto siglato con i leghisti. Le speranze dei giallorossi sembrano residuali. E sono affidate al lodo Cacciari. Il filosofo ha lanciato nell’agone Antonino Abrami: ex giudice, docente universitario e candidato non eletto dei Cinque stelle alle scorse politiche. Ma l’accomodante gesto dell’arcigno professore ha appena intiepidito i cuori grillini.

Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Perfino nella malmostosa riviera ligure. La consigliera regionale Alice Salvatore, nome tutelare del Movimento, ratifica: «Sì al dialogo». Sperando che alla fine la prescelta sia proprio lei. Del resto, le distanze tra gli arcinemici si sono accorciate con il beneplacito alla Gronda, già totem dell’oltranzismo grillino sulle grandi opere. Via libera, dunque. Anche qui le speranze di vittoria sembrano vane. Ma potrebbero beneficiare del braccio di ferro nel centro destra sulla corsa di Giovanni Toti: governatore benvoluto da Salvini ma avversato dall’ex mentore, Silvio Berlusconi. L’accordo tra Pd e Cinque stelle è imminente pure nelle Marche: il governatore Luca Ceriscioli sarebbe pronto a desistere, immolandosi per la causa giallorossa.

L’unione fa la forza e rinsalda le mire poltroniste. Persino in Toscana, tutti si scambiano amorosi e interessati sensi. La segretaria regionale dem è una vestale del renzismo come Simona Bonafè. E con il Giglio magico chiunque dovrà trattare. Italia viva scalpita. Spera di ottenere il candidato alla presidenza: il prescelto è Eugenio Giani. Di certo qui, dopo aver offerto desistenza in Umbria, le truppe si presenteranno compatte, arrembanti e sotto le insegne del nuovo partito. Maria Elena Boschi, esegeta del renzismo, è sibillina: «Per i prossimi mesi vedremo cosa decideranno i territori».

Più che un avvertimento, una minaccia. Aleggia pure sulla Puglia. Michele Emiliano, a dispetto dei desideri giallorossi, punta a restare in sella. Scenario in movimento. Italia viva corteggia Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci. «Facciamo il tifo perché venga con noi» incombe Boschi. Sarebbe la mossa del cavallo per Renzi. Qui l’ex premier già conta sulla sua frontwoman governativa: Teresa Bellanova da Ceglie Messapica, nel brindisino. E ha lanciato nella mischia delle Regionali il senatore Dario Stefano. Fumo negli occhi, probabilmente. Ma chi deve intendere, intenda. Caro Emiliano, fatti da parte grazie. Ancora più esplicita è l’ex ministro grillino per il Sud, la salentina Barbara Lezzi: «Impossibile governare con Emiliano». Comunque vada, l’ennesimo accordone pare inevitabile. Anche perché siamo sotto la linea della palma: quella che trasforma reddito di cittadinanza in una messe di voti ai Cinque stelle.

Lo standing  giallorosso manca pure al governatore campano Vincenzo De Luca. Ha trasformato «Giggino» Di Maio nel bersaglio prediletto: «Sfaccendato», «testa di sedano», «mezza pippa». Gentilezze reiterate al governo. Le ultime: l’eliminazione del contante è «da idioti». Mentre il reddito di cittadinanza è «usato per giocare d’azzardo». Eppure il presidente è «pronto ad accogliere le pecorelle smarrite M5s, basta che non mi rompano le scatole». Esattamente lo schema approntato dai Cinque stelle, che chiedono la sua testa. La carta coperta è il magistrato Raffaele Cantone, ex presidente dell’Ente nazionale anticorruzione. Un nome che già infiamma la platea giallorossa.  Certo, scalzare l’indomito governatore sarà arduo. Ma «Giggino o’ webmaster» non dimentica. E medita vendetta, tremenda vendetta. 

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