Il Green Pass è ormai un pasticcio all'italiana
Il Green Pass è ormai un pasticcio all'italiana
Politica

Il Green Pass è ormai un pasticcio all'italiana

Chi controlla? Come? Ed alla fine il passo indietro del Viminale per i ristoratori

l green pass sembra già con un piede nella fossa. Chi effettua i controlli sul certificato verde? Chi è titolato a chiedere agli avventori il documento di identità? Chi verificherà che tutte le norme – anche quelle contraddittorie – verranno rispettate?

Come ampiamente previsto, siamo in altissimo mare. Sul green pass sembra di essere tornati ai tempi d'oro del governo Conte: poche idee, ma confuse. Il Ministro dell'Interno Lamorgese si presenta davanti ai giornalisti per dire che è impensabile che il green pass possano chiederlo i poliziotti. Al massimo, dichiara "non si esclude qualche controllo a campione". Lasciando intendere insomma che non ci saranno verifiche a tappeto, non si sa quale sarà la potenza di fuoco sui controlli, insomma niente è ancora deciso.

Ma il dilemma che sega le gambe al green pass, così come ci era stato venduto, è un altro. Chi è titolato a chiedere il documento di identità, per verificare che il vaccinato sia effettivamente chi dice di essere? Su questo Lamorgese è perentoria: gli esercenti non sono pubblici ufficiali, quindi non possono pretendere che qualcuno estragga dalla tasca la carta d'identità. Dovranno soltanto chiede il green pass, "come al cinema si chiede il biglietto". La vicenda assume contorni tragicomici, perché stando così le cose, la gente potrebbe andarsene al ristorante sventolando il green pass di qualcun altro. I dodicenni potrebbero sedersi al bar dicendo di avere undici anni, e dunque sarebbero salvi. Che senso ha?

Ma il garbuglio è più infernale di quanto si pensi. Sì, perché, mentre il ministro vieta ai ristoratori di chiedere documenti di identità, sulla app che viene utilizzata per scannerizzare il green pass sta scritto che «per completare la verifica è però necessario confrontare i dati anagrafici qui sotto riportati con quelli di un valido documento di identità ». Insomma, se non cacci il documento, il green pass non è verificato. Nella norma contenuta nell'ultimo decreto c'è scritto che gli esercenti sono «tenuti a verificare che l'accesso ai predetti servizi e attivita' avvenga nel rispetto delle prescrizioni». Dunque? Da che parte sta la verità? Chi controlla cosa? Dobbiamo dar retta al ministro, o al decreto del governo? O forse il ministro ha dimenticato di leggersi il decreto del suo stesso esecutivo?

Anche sul sito del ministero della Salute è riportato che tra le figure legittimate a verificare l'identità del cliente ci sono anche, oltre alla forze di polizia, "i soggetti titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi per l'accesso ai quali è prescritto il possesso di certificazione verde". Insomma, una Babele.

La corsa al green pass, per quanto utile, è stata così precipitosa che qualcuno si è dimenticato di scrivere delle regole coerenti. Ora, a giochi già partiti, il Ministro Lamorgese promette "una circolare" per diradare la nebbia. Se a "circolare" fosse stato un po' più di buon senso, e un po' meno improvvisazione, forse non ci troveremmo nell'incertezza fino al collo. Con un green pass nato zoppo, comunque lo si voglia giudicare.

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