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Politica

Prime crepe nel Green Deal europeo, e sarà sempre peggio

Le polemiche sullo stop alle auto diesel e benzina nel 2035 è solo uno dei temi che sta mettendo in difficoltà il sogno di Ursula Von der Leyen, crollato davanti ai costi e ai danni alle economie dei principali paesi dell'Unione, Italia compresa

Il green deal europeo inizia ad andare in difficoltà. Il grande piano ecologista voluto dalla Von der Leyen e dalla maggioranza che governa Bruxelles comincia a risentire della realtà e a veder sciogliere i suoi capisaldi ideologici: senza un approccio graduale alla transizione ecologica si rischia di farsi molto male a livello industriale, sociale e strategico.

La cinghia di trasmissione degli interessi ha messo in moto la politica, i governi di Italia e Francia hanno votato contro il divieto di commercializzare i motori a combustione dopo il 2035. Sul medesimo voto relativo al divieto in parlamento europeo il PPE si era spaccato, con l’80% del partito che ha votato contro con grande disappunto della presidente della Commissione Europea. L’impegno è stato approvato con i voti di socialisti, verdi e liberali ma l’egemonia green potrebbe non durare a lungo e non nelle forme radicali propalata da centro e sinistra. Chi si oppone ha una serie di argomenti validi: le materie prime per le energie rinnovabili sono per grandissima parte in mani cinesi; una transizione ecologica troppo accelerata rischia di costare molti posti di lavoro e crisi industriali; sul piano commerciale il green deal rischia di sfavorire le fasce sociali più deboli e periferiche; l’elettrico non ha una efficienza paragonabile ai fossili e ha problemi di inquinamento rilevanti nel processo di fabbricazione; l’energia elettrica va prodotta e senza gas, petrolio e nucleare non si raggiungeranno mai i volumi necessari per sostenere la domanda.

Anche il reshoring per la produzione di tecnologie sostenibili fatica, sono molti gli investimenti americani a rischio in Europa per gli incentivi dell’Inflation Reduction Act varato dall’amministrazione Biden e anche i colossi tedeschi dell’auto hanno di recente comunicato la decisione di preferire l’apertura di nuovi stabilimenti negli Stati Uniti invece che in Europa. Tradotto in altri termini: nonostante la legislazione più ambientalista al mondo l’Unione Europea non riesce ad attrarre la produzione verde per mancanza di catene di approvvigionamento sicure e infrastrutture tecnologiche. Questi problemi iniziano ad essere intercettati dal lato destro dello schieramento politico. Il ministro dei Trasporti della Repubblica Ceca, Martin Kupka, ha convocato lunedì a Strasburgo un vertice tra i ministri dei Trasporti di undici Paesi Ue, tra cui l'Italia, contrari alla proposta di Bruxelles sui nuovi standard Euro 7 per le emissioni di auto e furgoni. Sul tavolo della riunione vi sarà anche l'accordo sullo stop alle auto a diesel e benzina dal 2035, sul quale Italia e la Germania hanno già espresso la propria opposizione.

Le asimmetrie e le divisioni sull’agenda verde crescono, gli Stati membri si dividono sia per colore politico che per interessi nazionali. Così la Germania governata dal centro-sinistra collabora con l’Italia del governo Meloni. Nel frattempo, però, la Commissione non accenna a rivedere in senso più realistico i propri piani e procede verso una transizione ecologica che rischia di essere una rivoluzione sanguinosa per imprese e lavoratori. L'energia nucleare, ad esempio, è stata stralciata dall'elenco delle tecnologie verdi strategiche per l'industria europea. E' quanto risulta da una nuova bozza del Net-Zero Industry Act, di cui l'ANSA ha preso visione, che la Commissione europea dovrebbe presentare giovedì 16 marzo.

Si profila una frattura sempre più netta sul green deal europeo, a mano a mano che i suoi effetti diventano concreti. Emerge così una nuova offerta politica che unisce i moderati liberali e popolari con la destra nazionalista, almeno su questo punto di discussione: una transizione ecologica decelerata, senza divieti, senza pianificazione di stampo dirigistico, senza nuove tasse. Una transizione fatta di incentivi alle imprese e investimenti in ricerca, ma senza la pretesa di ridisegnare produzione industriale e mercato attraverso la mano burocratica della politica. D’altronde l’Unione Europea senza là propria industria manifatturiera non è che un ectoplasma, un esoscheletro molto più debole del sistema irrigidito e poco dinamico che è già oggi. Il pezzo della politica meno ideologizzato, più realista, più vicino ai produttori ne sta prendendo coscienza poiché il rischio di una transizione ecologica a piano di marcia è quello della deindustrializzazione con costi enormi per la società, per i bilanci statali, per le tasche dei cittadini. Che le prossime elezioni europee si giocheranno prevalentemente nel campo dell’ecologia che poi significa economia e società? È possibile, visto l’impatto devastante che la rivoluzione verde potrebbe avere sulla vita di ogni cittadino.

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