Le dimissioni incomplete di Matteo Renzi

Dopo il crollo alle urne, lascia la segreteria PD. Ma senza fare mea culpa degli errori, a partire dall'incapacità di dialogare con le parti sociali

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L'ex segretario del Pd Matteo Renzi - 5 marzo 2018 – Credits: ANSA/ETTORE FERRARI

Sara Dellabella

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Renzi non ha capito niente. Ancora una volta il suo discorso post elettorale è rimasto ancorato alla mancata occasione delle riforme costituzionali e al fatto che la colpa dell'instabilità politica davanti alla quale ci troviamo oggi sarebbe di chi vi si è opposto. Insomma, quelli che speravano in un mea culpa del segretario del Pd sono rimasti delusi anche questa volta.

Pertanto Renzi annuncia le dimissioni, ma non si dimette. Si aprirà la fase congressuale al termine della fase di insediamento del nuovo parlamento e della formazione del nuovo governo. In parole povere se ne riparla a maggio se tutto va liscio. Dichiarazioni che lasciano trasparire il clima che si è respirato al Nazareno durante tutta la giornata, dove il segretario del PD è rimasto chiuso nel suo studio tra chi gli chiedeva un passo indietro e invece chi come Maria Elena Boschi lo invitava a restare saldo al suo posto. Un cortocircuito che ad un certo punto ha creato anche un incidente sulle agenzie: qualcuno verso l'ora di pranzo aveva lasciato trapelare la notizia delle imminenti dimissioni di Renzi, poi prontamente smentite dal suo portavoce.

La resa dei conti che le minoranze speravano di iniziare già oggi è quindi rimandata, e Renzi con questa mossa ha neutralizzato i livori, aspettando che l'attenzione si sposti un po', rimandando tutto a tempi più tranquilli.

Tuttavia, dopo anni di inviti della minoranza, finalmente Renzi ha promesso un'analisi della sconfitta e delle sconfitte che hanno visto il Pd perdere il 20% in quattordici mesi.

Cosa paga il Pd renziano

Ma intanto ci sono caselle sui territori che stanno già saltando. Il segretario del Pd metropolitano di Venezia si è dimesso, i circoli che chiedono la testa di Renzi si moltiplicano a vista d'occhio e il risultato delle urne dice che a voltare le spalle al Pd non sono solo i militanti, ma pezzi interi del Paese.

Dalla scuola a interi comparti della pubblica amministrazione, il Pd paga la sua incapacità di dialogare con le parti sociali che in Italia rappresentano il mondo del lavoro che non si sente affatto confortato dai dati Istat.

Carlo Calenda in queste ultime settimane è stato impegnato in vertenze importanti che hanno restituito un'altra realtà rispetto allo storytelling renziano sulla crescita dell'occupazione. La retorica delle cose fatte non ha retto rispetto alla realtà che intanto si consumava nel Paese.

Non è bastato a Macerata dove la Lega dopo la tentata strage di Traini ha raccolto il 20% e in quella stessa regione la decantata bravura di Minniti è stata bocciata alle urne. Stessa sorte all'uninominale per Teresa Bellanova in Puglia. La donna macchina dei tavoli di crisi paga un prezzo pesante nella sua terra. In Puglia il Movimento 5 stelle ha fatto ?cappotto? conquistando tutti i seggi. Una terra che negli ultimi anni ha vissuto parecchie questioni senza trovare la giusta interlocuzione.

Problemi nuovi che si sommano alle vecchie questioni. Dall'emergenza xylella che raso al suolo migliaia di ulivi, alle proteste dei no Tap che hanno chiesto di spostare l'approdo del gasdotto qualche chilometro un po' più in là da una delle spiagge più belle della costa. Infine l'Ilva di Taranto e il suo dilemma tra salute e lavoro. Qui la scissione si è consumata la sera della composizione delle liste, quando il segretario ha deciso di non ricandidare Ludovico Vico, deputato uscente che da tempo segue le vicende dell'acciaieria, suscitando la mobilitazione e la protesta delle sezioni locali.

Renzi annuncia una riflessione seria interna al Pd. Si tratta dell'ennesimo annuncio, tra l'altro anche tardivo.

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