Con il Recovery fund l'Ue accresce il bilancio, ma non la democrazia
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Con il Recovery fund l'Ue accresce il bilancio, ma non la democrazia
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Con il Recovery fund l'Ue accresce il bilancio, ma non la democrazia

L'Europa continua a crescere senza un Costituzione, con il metodo intergovernativo e con la tecnocrazia. Il principio liberale del no taxation without representation viene sempre meno rispettato man mano che l'Unione assume ulteriori funzioni, mentre una completa separazione dei poteri a Bruxelles non v'è mai stata.

Il Recovery fund mostra tre problemi del modo di ragionare delle élite europee. Il primo è che il nuovo fondo aumenterà l'accentramento politico, burocratico e probabilmente fiscale nelle istituzioni di Bruxelles. La Commissione stabilirà le modalità, le regole, gli standard ed i settori rispetto ai quali saranno erogati sussidi e prestiti. L'Unione europea ha scelto di accollarsi un nuovo rischio, aumentando il proprio potere sugli Stati membri ed esponendosi maggiormente nei confronti dei cittadini europei. Un segno della scarsa fiducia che cementa il patto europeo, poiché si preferisce centralizzare il potere nella burocrazia sottostante la Commissione piuttosto che lasciare libertà ai Paesi su come spendere quei soldi (ad esempio abbassando le tasse sulle imprese).

Questa impostazione porterà ad un dirigismo dall'alto sempre più pronunciato, con politiche e finanziamenti che quasi certamente favoriranno i gruppi socio-economici che già cavalcano con successo la globalizzazione (aziende e professionisti internazionalizzati), le attività che hanno capacità d'innovazione o sono richieste in questo momento (ricerca scientifica, digitale, sanità, green) e le corporazioni che godono già di una protezione dello Stato (le burocrazie moltiplicate che gestiranno i fondi). In sostanza, l'impressione è che la crisi funga da acceleratore, avvantaggiando chi era già in buona posizione prima dell'epidemia e superando definitivamente chi era rimasto indietro sin dalla crisi dei debiti sovrani del 2010-2011. Il rischio di questo approccio, soprattutto in un Paese con uno Stato debole come l'Italia, è una divergenza ancora maggiore tra settori della società, con un conseguente sacrificio delle categorie più colpite dal lockdown e meno protette dal governo, come le partite Iva e i lavoratori precari del privato. Se le cose andranno così, l'Italia diventerà un Paese ancora più diviso tra un'oligarchia industriale e burocratica, che in parte per capacità e in parte per clientelismo riesce a sopravvivere, e classi medie impoverite narcotizzate dall'assistenzialismo e sempre più incapaci di partecipare con produttività all'economia nazionale. In altre parole, senza una riforma profonda di welfare e burocrazia, l'intervento europeo e la maggior spesa pubblica dello Stato rischiano di andare a vantaggio di pochi senza rilanciare lo sviluppo del Paese.

Un quadro che si riverbera sul piano europeo, dove c'è una continuità da parte delle élite nello spingere le trasformazioni sociali che rischiano di dimenticare quanto le porzioni di elettorato più escluse ed insoddisfatte siano capaci d'influenzare la politica e di produrre derive radicali. Basti pensare a quanti consensi negli ultimi anni i partiti nazional-populisti hanno sottratto a quelli centristi.

Il terzo problema è di metodo politico. Gli Stati membri proseguono con l'integrazione economico-funzionale, senza avanzamenti sul piano della democrazia e del controllo politico dei governanti di Bruxelles. L'Europa accrescerà i propri bilanci, i propri vincoli, emetterà titoli di debito, forse riscuoterà delle nuove tasse senza riformarsi politicamente. Si continua cioè a fare l'esatto contrario di quello che si dovrebbe. Gli Stati Uniti d'America, a cui si è guardato con esagerato ottimismo in passato come modello per l'Unione, nascono da un patto politico tra ex colonie e dalla ratifica di una Costituzione (e passando prima per una Confederazione). Solo una volta che è stata approvata l'architettura politica federale, fondata sulla separazione dei poteri, si è proceduto con il debito e la tassazione comune. L'Europa, invece, continua a crescere senza un Costituzione, con il metodo intergovernativo e con la tecnocrazia. Il principio liberale del no taxation without representation viene sempre meno rispettato man mano che l'Unione assume ulteriori funzioni, mentre una completa separazione dei poteri a Bruxelles non v'è mai stata.

Con il rischio che se il rilancio economico del Recovery fund non dovesse avere grande successo, la legittimazione delle istituzioni europee diventerà ancor più debole che prima della pandemia. Più l'Unione si rafforza e si articola in molteplici fondi e programmi, più difficile diventa riformarla. Senza un vero Parlamento, senza un sistema politico europeo e senza una definizione più chiara delle competenze, qualsiasi passo in avanti nell'integrazione rischia di svuotare ulteriormente il potere degli Stati nazionali, ma senza aumentare il potere dei cittadini di controllare chi a Bruxelles deciderà su regole e tasse comuni. Continuare a girare la testa dall'altra parte su questi problemi, come da anni fanno l'élite europee, non farà altro che aumentare sia la tensione interna agli Stati che quella tra nazioni.


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