Censura social? La libertà privata vale più della libertà d'impresa
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Censura social? La libertà privata vale più della libertà d'impresa
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Censura social? La libertà privata vale più della libertà d'impresa

Roosevelt risolse il problema dei Trust con nuove commissioni e leggi. Ora di fronte al ban di Trump da Twitter e Facebook non c'è solo un tema regolatorio. Essi sono diventati una sorta di enclave privata, che si fa le proprie regole, in cui transita gran parte del dibattito pubblico. Questo è il cortocircuito che quasi nessuno vuole vedere. Preso coscienza di ciò, quali possono essere gli orizzonti dell'azione politica?

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Il capitalismo delle piattaforme digitali si organizza sempre di più come sistema politico e poliziesco. Negli ultimi giorni Facebook e Twitter hanno emesso un ban permanente sugli account personali di Donald Trump; numerosi tweet dell'account ufficiale Potus sono stati oscurati; il canale YouTube di Steve Bannon è stato rimosso; l'app concorrente di Twitter Parler è stata rimossa dagli store di Google e Apple. Siamo di fronte ad una manovra coordinata, un interventismo politico sproporzionato dei colossi digitali sulle proprie infrastrutture e verso i loro utenti. Il detonatore è stata l'invasione dei supporter trumpiani ad un Congresso sprovvisto e indifeso.

Tuttavia, l'impressione è che nella valle del silicio non aspettassero altro che un casus belli per regolare i conti. Da mesi tra segnalazioni, bollini ed oscuramenti i social network sanzionavano il Presidente americano, avverso al loro modello etico ed economico. Che l'intenzione dell'intervento censorio sia tutto politico lo si nota dal gran numero di dittatori, fiancheggiatori del terrorismo e criminali lasciati liberi di razzolare per i social, mentre Trump e i suoi supporter vengono oscurati dal management degli stessi. La storia insegna che gli oligopoli mediatici privati hanno sempre cercato di indirizzare la società verso certi obiettivi politici e culturali. In questo processo però, pezzi di libertà di espressione vengono sacrificati. Ciò vale a maggior ragione per i social network, iper-penetranti nella vita individuale e pubblica dei cittadini. Di fatto, le piattaforme hanno esercitato un potere di polizia di matrice privata, ma senza bilanciamento costituzionale. Questione delicata, destinata a politicizzarsi e giuridicizzarsi molto presto. Perché è vero che i social network sono nelle mani di società privata, ma è innegabile che gestiscano una piazza pubblica o, quantomeno, aperta al pubblico. Solo coloro che sono in malafede possono sostenere che non ci sia in gioco un problema di libertà di espressione, tenuto conto che le piattaforme sono il principale media della nostra epoca. L'elemento forse più inquietante è che gli oligopoli digitali si stanno appropriando di una vera e propria funzione pubblica, cioè quella di decidere cosa sia tollerabile o meno nel dibattito. Si stanno sostituendo alle istituzioni statali nella gestione della discussione pubblica. Secondo i propri canoni etici e politici, svolgono la funzione di giudice e di moralizzatore sui contenuti. Eppure le piattaforme social godono di una esenzione di responsabilità rispetto a quanto viene pubblicato sulle stesse, poiché non assoggettate alle norme degli editori. In altre parole, Mark Zuckerberg e Jack Dorsey operano nell'assoluta libertà: non hanno responsabilità editoriali e possono operare sui contenuti senza essere soggetti a un controllo giudiziario esterno fondato sulla costituzione. Essi sono diventati una sorta di enclave privata, che si fa le proprie regole, in cui transita gran parte del dibattito pubblico. Questo è il cortocircuito che quasi nessuno vuole vedere. Preso coscienza di ciò, quali possono essere gli orizzonti dell'azione politica?

Per la quantità e qualità di capitale richiesto è improbabile che il mercato possa trovare una soluzione a breve. Dunque il problema resterà e alla fine i poteri pubblici, governi o tribunali, saranno probabilmente costretti ad intervenire per regolare il raggio di azione delle piattaforme social. Un problema del genere negli Stati Uniti era emerso già all'inizio del Novecento, con i grandi trust e monopoli dell'epoca. Theodore Roosevelt, il presidente nazional-populista dell'epoca, imbracciò la battaglia contro i trust. In questo caso, la soluzione fu l'aumento dei poteri delle Commissioni indipendenti (l'equivalente delle nostre autorità amministrative) che regolavano i settori monopolizzati e oligopolizzati. Ai trust si cerco di applicare la nozione di "public interest", che permetteva di rompere il loro cartello sui prezzi. Il grande capitalismo era perfettamente legittimo, sosteneva Roosevelt, ma gli interessi del popolo americano erano superiori a quelli delle grandi corporations.

In conclusione, quella di Roosevelt, in realtà, fu più una campagna per trovare un accordo con i trust che una regolamentazione aggressiva per smantellarli. Uno strumento di pressione politica per intavolare una trattativa. Un accordo di compromesso sia per evitare l'anarchia dell'autoregolazione sia la distruzione di aziende fondamentali per il sistema economico dell'epoca. Il passato mostra come la coperta sia sempre corta. La regolazione, infatti, se da un lato può meglio proteggere le libertà costituzionali dall'altro può intaccare i diritti proprietà e indebolire le aziende strategiche per il sistema paese. Una criticità che vale anche per i colossi delle big tech. Tuttavia, la regolazione non è assoluta garanzia di tutela della libertà di espressione. L'esito dipende sempre da chi regola e da che cosa viene regolato. Un regolatore particolarmente compiacente con le big tech, o da esse sovvenzionato a livello elettorale, potrebbe cristallizzare la loro posizione censoria e sancire che il controllo adottato da esse sulle opinioni politiche è perfettamente legale. In definitiva, una commissione o una agenzia di burocrati non è rassicurante per il bilanciamento delle libertà. Restano due ulteriori strade. La prima è quella giudiziaria, dove una istituzione più indipendente dalla politica e dal capitalismo valuta gli aspetti costituzionali toccati dal comportamento delle piattaforme. L'altra, più ardua ma potenzialmente più efficace, è quella politica e cioè della legge. In cui o si rilevi l'interesse pubblico investito dalle big tech e si determinino i limiti di azione della censura praticata dal management dei social network oppure si costringano le stesse a trasformarsi in editori, con annesse responsabilità e aperture del mercato. Ma per arrivare ciò è prima necessario scalfire una mentalità molto radicata nell'establishment secondo la quale i colossi digitali sono aziende private, partorite da menti geniali, fonte di ricchezza, di innovazione, di capacità strategica nella raccolta dati e nello sviluppo tecnologico e dunque non possano essere toccate in alcun modo dalla politica. È evidente a chiunque che anche nel più aperto e liberale dei sistemi politici così non possa funzionare. Sarebbe criminale impedire la libertà di impresa e la proprietà privata, ma è altrettanto scellerato permettere una stretta alle libertà senza reazione alcuna. Il futuro della discussione pubblica e dell'informazione passano dalla misura di questo rapporto e dalla ricerca di un accordo tra capitale e libertà che soltanto la politica può stimolare.


La sera del 6 novembreAnsa


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