Napolitano, il Cav. convitato di pietra
Ansa/Massimo Percossi
Napolitano, il Cav. convitato di pietra
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Napolitano, il Cav. convitato di pietra

Il capo dello Stato glissa sulla decadenza dell'ex premier. Ma avverte Letta: scelte lungimiranti

Un discorso breve,  incisivo, più del solito, un po’ spiazzante per il dialogo, attraverso le loro lettere, con gli italiani comuni chiamati per nome di battesimo. Ma un discorso con un grande assente: Silvio Berlusconi. Mentre Beppe Grillo, anche se mai chiamato per nome, è ben presente.

E’ all’ex comico che Giorgio Napolitano si riferisce soprattutto quando con uno scatto di orgoglio avverte che lui non si farà condizionare «dalle calunnie e dalle minacce»,  è alla richiesta di impeachment  dei Cinquestelle che il capo dello Stato si riferisce quando sottolinea  che «nessuno può credere alla ridicola storie delle mie pretese di strapotere personale». Allude anche agli attacchi venuti dalla parte più dura di Forza Italia che aveva  proposto di spegnere il televisore e accendere il tricolore. 

Ma, in sostanza, il presidente sembra aver scelto di glissare sul più grande partito di opposizione e il suo leader,  fatto decadere da senatore con voto elettronico da una maggioranza  grillina e di sinistra solo poco più di un mese fa.  Forse una scelta volta a non inasprire i toni,  che su Fi erano invece  suonati duri durante la cerimonia degli auguri natalizi alle più alte cariche dello Stato.

La vicenda giudiziaria e politica del Cavaliere che ha cambiato l’assetto della maggioranza di governo trova qualche eco nella parte del discorso in cui Napolitano torna a parlare della necessità di un riequilibrio tra i poteri dello Stato e dei rapporti tra politica e giustizia. Ma è un passaggio veloce.  La scelta,  sottolinea il presidente,  è di non entrare nel merito delle vicende politiche.  E di rivolgersi quindi direttamente agli italiani,  portando in tv le loro lettere che narrano la crisi del Paese. «Rischio di retorica, si vada presto a votare», attacca Renato Brunetta, capogruppo azzurro alla Camera. E Daniela Santanché: «L’unica cosa positiva è che Napolitano ha detto che non resterà a lungo». Si rifugiano invece sotto il manto del discorso del capo dello Stato Enrico Letta e Matteo Renzi. Plaudono naturalmente. Ma Napolitano ne ha anche per loro. Per Renzi: ribadisce il suo no a elezioni anticipate. Per Letta: servono «scelte lungimiranti del governo». E qui fa capolino il pasticciaccio brutto del decreto ominibus Salva Roma.

Anche se dice che non resterà a lungo, Napolitano avverte che lui sarà al Quirinale finché le riforme non saranno state realizzate  (almeno «una parte incisiva entro il 2014», allude alla legge elettorale e al superamento del bicamerlismo perfetto) e le sue forze lo sosterranno.

Chi si aspettava un colpo di scena la notte dell’ultimo dell’anno con l’annuncio delle sue dimissioni non conosce di che pasta è fatto il quasi novantenne  o comunque non ne ha letto biografie e l’autobiografia («Giorgio Napolitano» dal Pci al socialismo europeo). Ne escono anche gustosi aneddoti come quando lui, «il destro», il migliorista, fu costretto, per un dispetto un po’ goliardico dei giovani comunisti, a parlare alle tre di notte durante un congresso. Napolitano non si scompose e tutto compunto fece un lungo discorso davanti alla platea semivuota. Provò un forte dispiacere ma non battè ciglio quando Giorgio Amendola lo spedì dalla sua Napoli colta  e borghese  a farsi le ossa alla federazione di Caserta.

Ma Napolitano la sua scelta di vita l’aveva già fatta quando si era opposto al padre, altoborghese e liberale, uno dei più importanti avvocati  penalisti partenopei che visse come una disgrazia il fatto che il figlio fosse diventato comunista. Salvo poi votarlo quando a 28 anni fu candidato alla Camera dei deputati. Curzio Malaparte, di cui era amico negli anni della gioventù così lo dipinse: «Napolitano è l’uomo che non perde la calma neppure davanti all’Apocalisse». L’Apocalisse erano i bombardamenti  a Napoli, che «mi fecero acquisire l’autocontrollo», scrive Napolitano nella sua autobiografia.

Però  da un uomo di questa statura politica e umana,  quasi dieci milioni di italiani che neppure un anno fa votarono per Berlusconi  se la aspettavano una parola alta e forte su un’altra Apocalisse che ha compeltamente  cambiato il quadro politico italiano.  L’ «Apocalisse» della condanna Mediaset e della «ghigliottina» della decadenza ,  che ha estromesso  dalla scena parlamentare il leader del maggior partito di opposizione,  il due volte premier ancora al centro della ribalta politica.  Il Cav, ovvero il convitato di pietra del discorso di fine anno.  La pacificazione  con questa larga parte del paese è forse l’ultima sfida di «Re Giorgio secondo». La vincerà?

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