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(Ansa)
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Maltempo la nuova parola vietata

James Skea, presidente dell'Ipcc con le sue parole riporta un po' di lucidità dopo giorni di terrorismo climatico, ingiustificato

Ci volevano gli episodi di eco ansia, nuova malattia degli intellettuali, per ritrovare una posizione equilibrata a proposito del cambiamento climatico. Nonostante i colpi di coda della settimana scorsa, con anche il nostro presidente Sergio Mattarella a invitare i giornalisti a “non dubitare” – ovvero l’esatto opposto di ciò che un cronista dovrebbe sempre fare – finalmente, con le prime di parole di James Skea, nuovo presidente dello Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), pare inizi quantomeno un periodo di realismo da parte di chi, il cambiamento climatico lo deve dimostrare per statuto. E basta anche con la catechesi per giornalisti: come ci hanno vietato di scrivere clandestini, sostituita con migranti, oppure portatori di handicap, rimpiazzata da diversamente abili, ci stavano provando con maltempo, al posto del quale non abbiamo però capito se sarebbe bastato “diversamente bello” oppure qualcosa di più drammatico come “dimostrazione di cambiamento climatico”.

Maltempo è un termine che di scientifico ha poco, ma è ciò che riscontriamo guardando fuori dalle finestre, forse un’abitudine che abbiamo perso perché restiamo troppo tempo davanti a uno schermo. Vedremo come andrà in quanto a comunicazione con Skea: scozzese, laureato in fisica, ricercatore in campo energetico all’Imperial College di Londra dal 2009, il 69enne neo presidente ha pronunciato questa frase: “con l’aumento di temperatura di 1,5 gradi non ci sarà alcuna estinzione umana.” L’effetto su chi sosteneva che si stesse esagerando in quanto ad allarmismo, ovvero su chi i dubbi se li poneva (e se li pone, perché magari un po’ di fisica l’ha studiata anche se fa il giornalista), è quello di un sospiro di sollievo, mentre su tutti coloro che nel predicare bene e razzolare male ci sguazzavano è stata un’endovena di Valium.

Vero è che a creare eccessivo allarmismo sono sempre stati i toni drammatici di certa stampa che nella maggior parte dei casi riportava in modo fuorviante i comunicati dello Ipcc, istituzione nata nell’ormai lontano 1988 (fondata dall’Organizzazione meteorologica mondiale e dall’Onu), ma che pochi consideravano né tantomeno mettevano in prima pagina fino a quando non è stato conveniente farlo, a cominciare dalla campagna elettorale di Donald Trump nel 2016. Ricordate? L’uscita dai trattati per il contenimento delle emissioni, lo stop all’elettrificazione rapida dell’industria dell’auto, gli aiuti a Boeing. Per attaccare l’avversario politico si è usata qualsiasi cosa, e la moda del momento è certo l’uso strumentale di dati, che ha portato ormai alla convinzione che taluni comparti dei trasporti siano i veri “cattivi” dell’inquinamento, mentre a ben guardare basta poco per smontare dichiarazioni e assunti del tutto falsi.

n esempio è l’attribuzione delle maggiori emissioni di CO2 all’aviazione, quando tra le varie forme di trasporto non arriva al 9% compresi i tanto odiati jet privati. E c’è chi ha fatto notare, passando per negazionista, che la riapertura delle miniere di carbone tedesche, fatta per ovviare ai problemi energetici derivanti dallo stop al nucleare e alla crisi russo-ucraina, ha provocato un aumento delle emissioni equivalente a quelle di un anno d’aviazione. Se guardiamo a quanto dice Google, il 73% delle emissioni mondiali di anidride carbonica sarebbe dovuta dai trasporti, e di questa quantità le automobili sarebbero responsabili per il 32%. Già, ma chi e dove? Non possiamo minimamente paragonare quelle degli automobilisti statunitensi, cinesi o indiani a quelle di noi europei: quanto ad automobili l’Asia emette il 53% del totale della CO2 da trasporto, contro meno dell’11% del Vecchio continente. E di questo, quello delle auto private non arriva al 30%.

Riassumo: significa il qualcosa dalle parti del 4%, valore sul quale stiamo sacrificando parecchie decine di migliaia di posti di lavoro soltanto in Italia. Ma, allora, a parte favorire taluni investimenti finanziari, stante che l’industria dell’auto ormai è stata costretta a mettersi in moto (perché fare auto elettriche sul medio periodo converrà per ragioni di margini), stiamo andando a sbattere per un misero risultato. Davanti a questi argomenti gli eco-talebani hanno sempre virato il discorso sull’aumento della CO2 in atmosfera. E allora viene spontaneo fare un’altra ricerca online dalla quale, partendo dall’epoca preindustriale, è evidente l’aumento da 200 a 420.2 ppm (parti per milione, ovvero 420 particelle d’anidride carbonica per un milione di particelle d’aria), che fa saltare sulla sedia i capiredattori del mainstream dimenticando che si tratta comunque di un quantitativo che sposta di nulla lo 0,35% presente in atmosfera, dove l’ossigeno è poco meno del 21%. Con i numeri finisco qui, perché credo sia sufficiente per dimostrare che nessuno ha mai pensato di fregarsene dello stato del pianeta, ma che a fare danni fino a provocare stati d’ansia nelle persone è una continua infodemia allarmista. Che, come effetto collaterale, ha la perdita di credibilità dei media.

Dimostrazione: puntualmente si strilla per i danni alle coltivazioni dopo ogni singola grandinata. Ma chiediamoci: se negli ultimi trent’anni abbiamo sfruttato ogni fazzoletto di territorio per fare case, industrie e coltivazioni, non è che semplicemente la grandine non possa più cadere laddove non c’è alcunché da rovinare?

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Sergio Barlocchetti

Milanese, è ingegnere, pilota e giornalista. Da 30 anni nel settore aerospaziale, lo segue anche in veste di analista. Docente di materie tecniche presso la scuola di volo AeC Milano è autore di diversi libri.

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