Patto Letta-Renzi: al massimo fino al 2015
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Patto Letta-Renzi: al massimo fino al 2015
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Patto Letta-Renzi: al massimo fino al 2015

E' l'esito dell'incontro di oggi tra i due. Il minimo indispensabile di riforme e poi voto, contando sul fatto che sarà Alfano a staccare la spina al governo

Un patto per arrivare al massimo fino al 2015. E, comunque, dopo che in tempi brevi sarà stata fatta la riforma della legge elettorale, sarà stato superato il bicameralismo perfetto (abolizione del Senato trasformato in Camera delle autonomie), e saranno state abbassate un po’ di tasse, a cominciare dal cuneo fiscale. Tutto il resto è fuffa, secondo i maligni, «volta a mettere in sofferenza il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, perché dovrà essere lui a staccare la spina».

Questo, per i ben informati, sarebbe il succo dell’incontro di questa mattina, venerdì 10 gennaio, a Palazzo Chigi tra Enrico Letta e Matteo Renzi. Altro che il premier in sofferenza, sotto i colpi (uno al giorno) del segretario del Pd. Da buon democristiano Letta avrebbe fatto di necessità virtù e stabilito con «Matteo» un patto che accontenterebbe entrambi. E cioè un programma a medio termine volto a ottenere il minimo indispensabile quanto a riforme per rendere Renzi più credibile di fronte all’elettorato una volta che si troverà sull’agognata rampa di lancio verso Palazzo Chigi e l’assicurazione per Letta che comunque lui farà parte della partita del risiko degli incarichi. A maggior ragione ora che sulla piazza politica, dopo la sconfitta degli ex comunisti, di fatto sono rimasti loro due (Enrico e Matteo) nella parte dei principali attori. Se il governo cade nel 2015, Letta potrebbe temporeggiare ancora un po’ finché nell’agosto del 2016 avrà varcato la fatidica soglia del 50 anni, indispensabile per lanciarsi nella corsa al Quirinale.

E se il governo cadesse prima? «Sarà sempre Alfano a staccare la spina e a vedersi costretto  a tornare a casa, come Lassie, da Silvio Berlusconi», scherza ma non troppo sotto anonimato un "renziano" nel Transatlantico di Montecitorio. Sarebbe in atto un gioco sottile, in cui «Letta fa la parte del poliziotto buono a guardia del governo e Renzi quella del poliziotto cattivo, ma sempre ad Alfano, messo in mezzo tra i due,  si va a parare. Del resto avete mai sentito Letta difendere a spada tratta Angelino colpito ogni giorno dagli strali di Matteo?», fanno notare i ben informati. In effetti, dopo le continue uscite sui diritti dei gay e sulla Bossi-Fini, alle quali l’altra sera Alfano si è ribellato minacciando di far cadere il governo, non ha mai fatto seguito una presa di posizione alta e forte del premier a difesa del prezioso alleato di governo.

Intanto, sulla parola «Moderati», titolo del libro del ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, presentato l’altra sera dal vicepremier, è nata una gustosa polemica nel centrosinistra. Perché è esattamente lo stesso titolo del libro presentato da Giacomo Portas nel 2010. 

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Portas che è leader dei Moderati, alleati del Pd, (secondo partito in Piemonte, 400 consiglieri nelle autonomie locali in tutta Italia), ha il computer e il cellulare pieno di messaggi in cui gli chiedono: «Ma Quagliariello e Alfano sono passati con voi?», oppure: «Giacomo, ma che hai presentato un altro libro senza avvisarci?». Portas a Panorama. it: «Sorrido, questa storia mi ricorda la volpe e l’uva, visto che loro moderati non sono, ma di centrodestra, hanno pensato bene di scrivere un libro. Altra cosa come abbiamo fatto noi è presentare con quel nome un partito e un simbolo». Insomma, Moderati chi?

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