Esteri

Siria, il giallo dei mercenari russi uccisi dagli Usa

È la prima volta che accade. Ecco come il caso rischia di complicare ulteriormente gli equilibri precari in Medio Oriente

RUSSI IN SIRIA

Eleonora Lorusso

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Il 7 febbraio potrebbe rappresentare uno spartiacque nel conflitto in Siria e sopratutto nei delicati e quanto mai precari equilibri tra Stati Uniti e Russia.

È la data nella quale le forze statunitensi avrebbero ucciso, in attacco aereo, 100 mercenari russi: si tratterebbe di uomini del Wagner Group, un'organizzazione paramilitare russa presente in Siria al fianco delle truppe governative di Assad.

Quanto accaduto rappresenta un vero "giallo" e sta tenendo banco da tre settimane: se fosse confermato sarebbe il primo caso ufficiale in cui gli Usa hanno aperto il fuoco, uccidendo cittadini russi. Ma né Washington né Mosca hanno confermato ufficialmente le morti, approfittando in qualche modo del fatto che l'attenzione è rivolta alla crisi umanitaria nel Goutha.

Cosa è successo: la versione americana

Fonti militari statunitensi riferiscono che il 7 febbraio hanno condotto un raid aereo a sud est della città di Deir al-Zour, come risposta a un attacco "ingiustificato" da parte delle truppe di Assad nei confronti di una base dove il contingente americano stava operando a supporto di forze locali.

Secondo un ufficiale statunitense, citato dal Washington Post, la coalizione a guida americana era in regolare contatto con la Russia, "prima, durante e dopo" l'attacco aereo e si pensava che non fossero rimasti uccisi membri regolarmente al servizio di Mosca. Il Pentagono si è limitato a parlare di 100 vittime tra combattenti filo-governativi, mentre il Cremlino smentito che tra queste ci fossero propri concittadini.

La versione russa

A mettere in discussione la versione ufficiale sono stati invece i media russi, sulla base di interviste a persone che conoscevano i mercenari militari russi rimasti uccisi, sostenendo anche che il loro numero possa essere superiore a 100. Un dato più che doppio rispetto a quello fornito dalle autorità di Mosca, secondo le quali dall'inizio della propria presenza in Siria, due anni e mezzo fa, sarebbero morti "solo" 44 russi.

Gli attivisti anti-globalizzazione, invece, cavalcano l'episodio, accusano di silenzio sia gli Stati Uniti che la Russia e sostengono che quanto accaduto possa rappresentare l'inizio di una guerra aperta tra i due colossi. Per ora il Cremlino non sembra disposto a giocare la carta dell'anti-americanismo, come accaduto in passato. "Ci sono molti nostri connazionali in diversi Paesi al mondo, è estremamente difficile avere informazioni dettagliate su di loro" ha chiarito il portavoce di Putin, Dmitry Peskov.

Secondo il quotidiano russo Vedemosti almeno 9 delle vittime sarebbero persone note al Russian Foreign Office, che però inizialmente ha confermato solo il decesso di 5 di loro. Successivamente è stato specificato che "diverse dozzine" di cittadini provenienti da Russia ed ex repubbliche sovietiche sarebbero stati uccisi e che molti di loro altro non erano che "volontari" in Siria, per motivi differenti.

Chi sono i mercenari russi in Siria

Almeno due delle vittime sono state identificate come membri del Wagner Group, una organizzazione paramilitare russa. Un numero confermato da chi conosceva questi contractors, come persone già addestrate e con base a Kaliningrad, sul Mar Baltico.

Uomini con esperienze in zone di conflitto e ad alta tensione, come la Cecenia e l'Ucraina, in particolare nella regione del Donbass.

Secondo Vladimir Yefimov, a capo di una fondazione di veterani delle forze speciali russe, molti di loro sono ex ufficiali, cadetti o sergenti dell'esercito, alcuni indicati direttamente dal Ministero della Difesa e inviati in Siria al servizio di organizzazioni private. A spingerli ad accettare, però, non sarebbe (solo) il denaro, quanto piuttosto lo "spirito di avventura" o più spesso sentimenti patriottici, secondo Yefimov. Molti di loro pensano di lavorare ancora con l'esercito russo.

Nel 2017 un contingente del Wagner Group si è sottoposto a un duro addestramento per un mese nella regione russa di Sverdlovsk, nei pressi degli Urali, che prevedeva anche test psicologici. Poi i contractors hanno raggiunto la Siria e vi sono rimasti per circa sei mesi, al termine dei quali tutti sono tornati a casa con un discreto patrimonio.

A fine gennaio, però, sono ripartiti alla volta della Siria e dall'8 febbraio di loro si è persa ogni traccia. Ora le mogli pretendono notizie. Solo uno dei 30 componenti del contingente proveniente da Sverdlovsk è rimasto in contatto con i vertici: ha raccontato di essere ferito e di trovarsi in un ospedale militare nel sud della Russia, a Rostov-on-Don.

Il giallo dei corpi

Ma dove si trovano i contractors rimasti uccisi? Per due settimane i familiari hanno atteso il ritorno delle salme in patria, inutilmente. Non possono rivolgersi al Ministero della Difesa, perché il lavoro dei mercenari non dipende ufficialmente da alcun dicastero e in alcuni casi è persino proibito.

Gli attivisti dei diritti umani sospettano che i corpi delle vittime dell'attacco Usa siano stati portati in un obitorio a Rostov-on-Don, dove si trova la più grande struttura del genere in Russia. Qui, nel pieno della seconda guerra cecena, è stato realizzato un enorme capannone, con celle frigorifere in grado di ospitare fino a 400 corpi. Solo il test del DNA potrebbe fare luce sulla loro identità.

La strategia di Putin

Secondo diversi analisti, il silenzio e il basso profilo tenuto da Putin si spiegano con l'imminente appuntamento elettorale: il prossimo mese si terranno le presidenziali e ci si aspetta una sua vittoria, per il quarto mandato. La Russia non avrebbe alcun interesse ad aprire un conflitto con gli Stati Uniti, quanto piuttosto a dimenticare questo caso il più in fretta possibile.

Lo scenario

Gli analisti sono concordi nel ritenere che il conflitto in Siria rischia di allargarsi nel oltre i confini del Paese. Solo nel mese di febbraio, alcuni degli attori in gioco come Israele, Russia e Turchia hanno subito perdite. Tutto ciò mentre si aggrava la crisi umanitaria nella Goutha, dove la tregua faticosamente raggiunta in sede Onu è stata interrotta appena poche ore dopo l'accordo.

Mentre il mondo tenta di soccorrere la popolazione stremata dai bombardamenti governativi, tra Usa e Russia in apparenza la situazione sembra rimasta identica: fonti militari statunitensi riferiscono che le interazioni tra Washington e Mosca sono "professionali" e quotidiane.

Ma nessuno è disposto a parlare di quanto accaduto il 7 febbraio: neppure il capo della Casa Bianca, Trump, e quello del Cremlino, Putin hanno affrontato la questione nel loro ultimo colloquio telefonico.

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