Russiagate: Trump si autoassolve per evitare l'impeachment

Grazie al fedele Rudy Giuliani, il presidente Usa con sapienza da manuale mescola vero e falso, sofismi e banalità e disconosce Mueller

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La Corte Suprema americana ha rigettato la richiesta dell'amministrazione di Donald Trump per porre fine al programma di protezione dei dreamers - 27 febbraio 2018 – Credits: MANDEL NGAN/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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Non contento di essere riuscito a dimostrare, a scapito di manuali scritti e usi conclamati, che la democrazia non è procedura, Donald Trump è andato oltre, insegnandoci che non è nemmeno bilanciamento di poteri. La rivoluzione, senza dubbio, è copernicana. Se sino a qui l’ha aiutato il più efficace degli avvocati trovati cammin facendo, e cioè il “duro” Rudy Giuliani, la sua ultima esternazione, e cioè la facoltà divina di autoassolversi, ha tutti i crismi del momento di svolta.

E per Trump la svolta, per chi non l’avesse ancora capito, significa tirare dritto come un treno. Dopo un anno di Russiagate, l’affondo potrebbe anche essere vincente. Egli è il giocatore d’azzardo (opposto al tipo di Dostoesvkij) che alla fine riesce a sbancare il banco, cioè la democrazia americana, invertendo la legge che il Casinò vince sempre e l’avventuriero prima o poi capitola. Con quest’ultima fiche in forma di tweet.



Trump ha sferrato un terribile colpo, l’ennesimo secondo alcuni pignoli, alle claudicanti istituzioni americane; atterrate poi definitivamente con un secondo cinguettio a distanza di due ore nel quale ha dichiarato "incostituzionale" (scritto in stampatello maiuscolo con tanto di punto esclamativo) la nomina di Robert Mueller a capo dell’indagine celebre come Russiagate.



Con sapienza, questa sì da manuale, Trump mescola vero e falso, sofismi e banalità, categorie assolute come la "grazia" e situazioni particolari come lo scontro istituzionale. Gli riesce ancora una volta il suo numero migliore, vero e proprio capolavoro d’arte politica capace di spiazzare sempre avversari e analisti, essere insomma al tempo stesso ingombrante e sfuggente; un bersaglio enorme che da preda sa però trasformarsi in cacciatore, ribaltando tutti i pronostici e i cliché.

Nella sua bacheca i trofei di caccia politici hanno le sembianze del Partito Democratico come di quello Repubblicano, ma c’è uno spazio lasciato vuoto proprio per l’effige di Mueller, la cui indagine a un anno dalla nomina a Procuratore Speciale, segna ormai il passo.

Il Russiagate sembra essersi rivelato uno scandalo minore e datato. Minore, perché al momento nessuna imputazione va oltre il riciclaggio di denaro (reato non elegantissimo, ma nulla a che vedere con l’alto tradimento); perché questa lavanderia di finanze è avvenuta ben prima della discesa in campo di Trump; infine perché l’ipotizzata ingerenza russa confina pericolosamente con la ciclica russofobia di una certa America.

Ma Trump è un generoso. Dice di voler stare al gioco (play the game) perché indipendentemente dal potere di autoassoluzione, è certo di non aver fatto nulla di sbagliato, al contrario dei democratici, aggiunge lui. Un Trump uno e trino, in grado di darsi la Grazia come un dio, di ergersi ad arbitro della Costituzione delegittimando Mueller come un Giudice terreno e infine di maestro che dà le pagelle ai protagonisti di Washington. Errore, alle comparse, dal momento che il protagonista assoluto è solo lui.

Mueller è un Repubblicano di lungo corso, ma la sua popolarità nel mondo conservatore, svela un recente sondaggio, è appena al 5%. Rudy Giuliani lo sa e vuole impedire l’impeachment all’americana (perché quello all’italiana è imbattibile) colpendolo alla radice: disconoscendo la legittimità della sua nomina a Procuratore Speciale.

Da aprile a oggi l’impatto di Giuliani nel team legale della Casa Bianca è stato decisivo: ha trovato Trump solo Presidente e l’ha portato ai poteri della Grazia divina. L’advocatus diaboli, si sa, può aprire le porte del paradiso.

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