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Economia

I dazi di Trump, gli effetti in Europa e in Italia

Il presidente degli Stati Uniti non rinuncia a introdurre i balzelli su alluminio e acciaio. Le conseguenze di una guerra commerciale

Le moto Harley Davidson, il jeans Levi’s o il burro d’arachidi? Sui giornali di tutta Europa si parla già di quali potrebbero essere i prodotti made in Usa che verranno colpiti dai dazi all’importazione, in risposta a quelli che il presidente americano, Donald Trump, ha deciso di introdurre sull’acciaio e l’alluminio in arrivo dal Vecchio Continente, oltre che dal Messico e dal Canada. 

La misura era stata già annunciata a marzo e poi accantonata fino  a maggio, lasciando intravedere una possibilità di ripensamento da parte di Trump. Ma l’inquilino della Casa Bianca ha invece deciso di non indietreggiare e di introdurre un balzello doganale del 25% sull’import di acciaio e del 10% su quello dell’alluminio. 

I costi delle barriere doganali 

Gli effetti sull’economia europea del protezionismo trumpiano sono stati già calcolati nei mesi scorsi da alcune associazioni di categoria. Eurofer, la sigla  produttori di acciaio del Vecchio Continente, ha ricordato che l’export di questo materiale dall’Europa verso gli Stati Uniti è pari nel complesso a  5 milioni di tonnellate, cioè un settimo dei 35 milioni di tonnellate importate dagli americani da tutti i paesi del mondo. Il valore economico delle esportazioni europee è dunque attorno ai 4-5 miliardi di dollari mentre l’incidenza di un dazio del 25% è  teoricamente nell’ordine di appena 1 miliardo.

Più contenuto, attorno a a qualche centinaio di milioni di euro, dovrebbe essere il peso dei balzelli sull’alluminio, poiché il valore delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti di quest’altro materiale è invece più contenuto, pari a 1,2 miliardi di euro all’anno.

Effetto collaterale 

Più che l’incidenza dei dazi, tuttavia, lo spettro temuto oggi in Europa è l’effetto collaterale del protezionismo, cioè la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro causata da nuovi squilibri sul mercato. Le barriere doganali di Trump rischiano infatti di generare a un rimescolamento di carte sullo scacchiere dei commerci internazionali. I materiali ferrosi di altri paesi, trovando un argine nelle politiche doganali statunitensi, potrebbero riversarsi in Europa, generando un’offerta sovrabbondante sul mercato e danneggiando fortemente la produzione interna. 

 Tra due sponde dell’Atlantico 

Non è ancora ben chiaro, tuttavia, come reagiranno le autorità europee di fronte alla politica commerciale della Casa Bianca. Nei giorni scorsi ci sono state diverse dichiarazioni belligeranti, a cominciare da quelle del presidente della Commissione Europea,  Jean-Claude Juncker, che ha minacciato ritorsioni dicendo: “ciò che hanno fatto gli Stati Uniti possiamo farlo anche noi”. Tra gli addetti ai lavori, però, c’è chi si chiede se valga la pena davvero di mettersi a fare una guerra commerciale a Trump. 

Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, l’associazione di categoria delle imprese siderurgiche italiane, ha snocciolato qualche numero che fa riflettere: l’acciaio prodotto nel nostro Paese oggi  costa ben 200 dollari a tonnellata in meno rispetto a quello americano. Anche in presenza di dazi salati, rimarrebbe competitivo, almeno in uno scenario in cui i prezzi medi di mercato della materia prima restano sui livelli attuali. Dunque, prima di imbracciare le armi e imporre dazi sui  jeans Levi’s, sul burro d’arachidi o sulle Harley Davidson, è bene pesare attentamente sul piatto della bilancia tutti i pro e contro. 

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