Esteri

La Russia di Vladimir Putin e la guerra della disinformazione

L'interferenza nei media delle democrazie occidentali ha innescato una nuova guerra fredda. Cosa si può fare per vincerla. L'inchiesta dell'Economist

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Claudia Astarita

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Vladimir Putin ha pensato e finanziato una macchina di disinformazione di massa che sfrutta notizie false di varia natura per creare confusione, fomentare nuove paure e infiammare vecchie divergenze, ponendosi come unico scopo quello di far vacillare le democrazie occidentali.

Che il Cremlino abbia creato delle vere e proprie fabbriche di troll che lavorano a tempo pieno per produrre una "verità alternativa" non è certo una novità. Abbiamo iniziato a rendercene conto quando abbiamo visto circolare notizie sull'Unione Europea che stava costruendo in Ucraina di campi di sterminio per i russi, o quelle sul "referendum popolare" che avrebbe decretato l'annessione della Crimea. Quello che dovrebbe spaventarci a morte, secondo The Economist, è il fatto che, con l'eccezione di Germania, Francia e Finlandia, nessuna democrazia sembra essere in grado di sostenere una guerra mediatica che diventa ogni giorno più sporca e più falsa.

La propaganda ai tempi della Guerra Fredda

Negli anni '80, con la perestroika di Mikhail Gorbachev, ci eravamo tutti convinti che la Russia avrebbe smesso per sempre di cercare di manipolare la realtà con le sue teorie complottiste per sovvertire l'ordine occidentale, e che Russia e Occidente avrebbero quindi potuto convivere in pace. I primi dubbi sul fatto che questo compromesso si stesse sgretolando sono emersi quando Putin ha iniziato la sua guerra di propaganda contro la Crimea e l'Ucraina. Le conferme quando Robert Mueller, l'integerrimo procuratore americano che tanto spaventa Trump, il 16 febbraio scorso ha incriminato 13 cittadini e 3 aziende russe per "interferenze" nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Muller li considera colpevoli di aver messo in piedi una "campagna sistematica e coordinata per influenzare le elezioni presidenziali degli Stati Uniti a favore di Trump attraverso falsi account sui social media americani, per alimentare discordia e denigrare i loro nemici".

Le interferenze russe in Europa

Se questa profonda e pesante interferenza è ormai un fatto conclamato, ciò che denuncia The Economist è che quello che è successo negli Stati Uniti sta succedendo anche in Europa. E il problema non è solo l'assenza, per il momento di un numero di prove sufficienti per procedere a un'incriminazione, ma il fatto che, apparentemente, in molte delle democrazie europee questa minaccia non sia ancora stata percepita nella sua gravità complessiva, e il rischio è quello di vedere crollare tante democrazie sotto il fuoco della propaganda nemica prima che qualcuno provi a intervenire per invertire la rotta.

The Economist ritiene inutile speculare su quanto la propaganda russa abbia influito nel modificare le opinioni delle persone prima e gli allineamenti elettorali poi. Quantificare questa trasformazione è impossibile. Ma dovremmo certamente cercare di fare qualcosa per rendere i nostri paesi meno permeabili alla propaganda.

Attenzione ai social media

Dobbiamo renderci conto che i social media sono strumenti potentissimi. Non solo: costruire e diffondere notizie false online è più facile e più economico di quanto non si pensi. Basta poco per rendere i propri post falsi appetibili e popolari, e il gioco è fatto. E non si corrono nemmeno troppi rischi, visto che si tratta di un lavoro che si può fare comodamente a distanza.

Complotti e distorsioni della realtà

Attenzione però: come ben sottolinea The Economist i russi non hanno fatto altro che ingigantire problemi già esistenti, fabbricando scandali ad arte che, di fatto, creando disappunto e indignazione, hanno ridotto ulteriormente lo spazio per il compromesso, lasciando spazio ai movimenti estremisti, per natura destabilizzanti, per cavalcare l'ondata di animosità e creare ancora più confusione. E divisione sociale.

Gli errori di Barack Obama e Donald Trump

The Economist chiama in causa due presidenti americani, e ricorda come negli anni della Guerra Fredda le campagne di disinformazione sovietica siano state combattute da diplomatici e spie, con il coordinamento del Governo. Oggi, invece, Muller è diventato protagonista di questa battaglia contro l'interferenza russa essenzialmente perché Barack Obama e Donald Trump se ne sono lavati le mani.

Barack Obama ha da un lato sottovalutato il problema, dall'altro ha preferito non schierarsi un po' perché era convinto che Trump non sarebbe stato eletto, e questo gli avrebbe permesso di intervenire successivamente, e un po' perché non voleva rimanere incastrato nella ragnatela di propaganda già tesa dai russi. Trump, invece, si è ritrovato ad essere indirettamente avvantaggiato dalla manovra russa, e così invece di screditarla ne ha approfittato, finendo così per legittimarne la liceità. Il licenziamento del direttore dell'FBI James Comey è stato un atto gravissimo, tanto quanto l'endorsement di notizie false fatto da tanti, troppi esponenti del Partito Repubblicano. Oggi Trump minaccia di voler mettere anche Muller alla porta, ma il vaso di pandora è stato scoperchiato, e una mossa simile equivarrebbe a una confessione di colpevolezza.

Come salvare le democrazie

Per The Economist il nostro tempo sta per scadere, ed è necessario agire se non vogliamo soccombere in questa Guerra Fredda 2.0. Come? Bisogna trovare un modo per ricostruire la fiducia nel tessuto sociale, e sono i leader politici a dover fare lo sforzo più grande. Puntando su affidabilità, trasparenza e lealtà. In tutto, perché se il legame di fiducia si è distrutto, ci vorrà tempo per ricostruirlo, ed è meglio non perderne altro. Chiarezza, semplicità e trasparenza possono smontare ogni complotto. Non altro.

Resilienza, resilienza, resilienza

Oltre alla trasparenza, c'è bisogno di resilienza, serve la forza per andare avanti e combattere giorno dopo giorno una battaglia molto più dura e difficile di quanto possiamo immaginare. Negli Stati Uniti Robert Muller potrebbe diventare il nuovo paladino di rispetto e rigore proprio perché incarna queste due qualità. Uomo dal profilo integerrimo, mai criticato ne' dai democratici ne' dai repubblicani, ha in mano un'inchiesta delicatissima e nessuno ha ancora messo in dubbio che il suo unico obiettivo sia quello di far emergere la verità.

L'Europe che resiste

In Europa The Economist premia Angela Merkel per aver dichiarato senza mezzi termini che "eventuali interferenze russe nella campagna elettorale tedesca non sarebbero rimaste senza conseguenze", Emmanuel Macron per aver resistito alla campagna di disinformazione costruita contro di lui con email e fughe di notizie false. E premia la Finlandia, per aver messo in piedi corsi di "letteratura mediatica" e per aver abilmente coinvolto le testate giornalistiche nazionali in questa lotta contro le notizie false.

L'Europa che vacilla

C'è però un'altra enorme fetta di Europa che sta vacillando, e non regge alle pressioni di questa guerra mediatica. E l'Italia, con le elezioni alle porte, è uno dei paesi che più rischia di ritrovarsi vittima più o meno consapevole di questa nuova Guerra Fredda.

Capire oggi come siamo arrivati a tutto questo è difficile. Forse però, in una Russia che sta attraversando da anni un momento di grandi difficoltà economiche e sociali e che è guidata da un leader con ambizioni che vanno ben oltre le reali capacità del paese, lavorare sulla manipolazione delle informazioni per indebolire i propri nemici è rimasta l'unica arma a disposizione di Putin, che da ex uomo chiave del Kgb è riuscito a sfruttarla al meglio, adattandola a un'era, quella social, in cui la disinformazione è diventata anche più economica e sicura.

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