Esteri

Migranti a Ceuta, il nuovo fronte tra Spagna e Marocco

Cosa sta succedendo dopo l'assalto di 800 migranti al muro nell'enclave spagnola in Africa

ceuta migranti

Eleonora Lorusso

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Non è la prima volta che accade, ma l'ultimo episodio è stato più eclatante dei precedenti. Non solo per il numero di migrati che ha dato l'assalto alla barriera nell'enclave spagnola di Ceuta in Marocco (800 persone), ma anche perché il tentativo di entrare in territorio iberico arriva in un momento di forti tensioni a livello europeo proprio a causa della gestione dei flussi migratori. Solo 10 giorni fa si è conclusa l'odissea della nave Aquarius, nella ong Sos Mediterranée, il cui approdo era stato rifiutato dall'Italia e che alla fine ha attraccato a Velencia con 629 migranti.

Ora Madrid, che aveva duramente criticato Roma, ha respinto con forza l'ingresso di migranti dalla porta dello Stretto di Gibilterra, non senza scontri tra la Guardia Civil e chi tentava di scavalcare il filo spinato, con un bilancio finale di diversi feriti.

L'assalto a Ceuta

Circa 800 migranti, provenienti dal Marocco, hanno forzato il confine spagnolo nell'enclave di Ceuta, a sovranità iberica. Prima sono stati aperti varchi nella doppia barriera di filo spinato, lunga 20 km, che circonda e delimita quella porzione di Spagna in territorio africano. Poi, fronteggiati dagli agenti della Guardia Civil che tentavano di fermarli, hanno lanciato pietre, pezzi di calce ed escrementi.

In 600 sono riusciti a oltrepassare il confine. È il più grande sconfinamento avvenuto nell'arco dell'ultimo anno e mezzo, cioè da quando in 850 oltrepassarono la barriera, a febbraio 2017.

La polizia spagnola ha parlato di scontri, che avrebbero provocato 21 feriti (16 migranti e 5 tra gli agenti), ricoverati in ospedale. Via Twitter, invece, la Croce Rossa iberica, ha riferito di 132 migranti feriti.

La polemica

Il caso ha sollevato polemiche, soprattutto perché arriva nel pieno della crisi per la gestione dei migranti in arrivo in Europa. La Spagna, nelle scorse settimane, si era distinta come voce critica nei confronti dell'Italia e in particolare delle direttive del vicepremier e ministro dell'Interno, Salvini, accusandolo di "egoismo" per la presunta mancanza di umanità e solidarietà.

Il respingimento dei migranti a Ceuta rischia di offuscare l'immagine del nuovo esecutivo spagnolo, guidato dal socialista Sanchez, che invece finora si era contraddistinto per la discontinuità rispetto al predecessore Rajoy.

L'accoglienza di Madrid, dunque, corre il rischio di apparire altalenante.

Accoglienza o respingimenti?

Il nuovo esecutivo socialista, non appena insediato, aveva lanciato un messaggio chiaro di accoglienza nei confronti di migranti e richiedenti asilo, intervenendo in modo provvidenziale a sbloccare lo stallo sulla nave Aquarius e segnando la differenza rispetto al governo guidato da Rajoy. Era il 2012, infatti, aveva deciso (non senza scatenare proteste) di abolire l'assistenza sanitaria gratuita per oltre 910 mila persone senza regolare permesso di soggiorno e che dunque non contribuivano alla previdenza sociale.

Solo tre anni dopo, nel 2015, Madrid si offrì invece di accogliere poco meno di 15mila migranti, nell'ambito della redistribuzione europea, salvo però limitarsi a dichiarazioni di intenti. Alla fine del 2017 il numero di persone che erano realmente state inviate (e accolte) in Spagna era di 1.279, pari al 13,7% di quanto previsto. Dello scostamento si era accorta anche Oxfam Intermom, organizzazione no profit che aveva presentato un esposto alla Commissione europea, presso l'ufficio nella capitale spagnola, per il mancato rispetto delle quote.

Ancora nel 2017 il ministro dell'Interno Zoido aveva motivato la mancata accoglienza parlando di una "pressione importante nel Mediterraneo occidentale".

La Spagna e i flussi migratori

Nel corso degli anni le rotte migratorie hanno subito delle modifiche. Dall'inizio della Guerra in Siria si sono spostate nel bacino orientale del Mediterraneo, riducendosi invece a ovest, ovvero proprio a ridosso della Spagna.

Secondo i dati dell'Alto Commissariato dell'ONU per i rifugiati (UNHCR) dal 2014 al 2017 l'immigrazione è passata soprattutto attraverso la Grecia, con un picco di 850 mila migranti nel 2015, poi scesi a 30 mila lo scorso anno, anche grazie all'accordo con la Turchia per il controllo della propria frontiera.

Più costanti sono rimasti i flussi verso l'Italia, con 170 mila arrivi nel 2014, saliti nel 2016 a 181 mila (segnando un record) e poi scesi nuovamente nel 2017 a 119 mila, grazie anche alle intese siglate dall'ex responsabile del Viminale, Minniti, e le autorità libiche per aumentare i controlli in partenza dalle coste africane.

E la Spagna? La penisola iberica ha sempre rappresentato un "ponte naturale" per l'ingresso in Europa, ma dopo anni in controtendenza, di recente è tornato a crescere il numero di coloro che tentano di approdare sulle coste iberiche. Nel 2014 gli arrivi sono stati solo 4.600, passati l'anno dopo a 5.200 e cresciuti fino al record del 2017 di 22 mila arrivi, comunque ben lontano dai numeri degli altri Paesi costieri esposti alle rotte migratorie.

Se all'inizio degli anni 2000 queste passavano soprattutto dalle Canarie, di recente i barconi puntano invece all'Andalusia e salpano dalle enclavi di Ceuta e Melilla. Per fronteggiare l'ondata migratoria, il governo spagnolo è corso ai ripari realizzando le barriere in territorio marocchino e potenziando (con notevole sforzo economico) le forze di sicurezza impegnate nella sorveglianza, sia nelle enclavi che via mare.

In alcuni casi, come nel 2014, si è arrivati a sparare proiettili di gomma in acqua contro i gommoni carichi di migranti, con un bilancio in un caso di 15 vittime. Molto criticate anche le azioni della Marina spagnola in acque territoriali marocchine per fermare le imbarcazioni, considerate dalle ong e dai movimenti di attivisti contrarie al diritto del mare. Quello stesso diritto del mare ricordato dal governo di Madrid nei casi recenti della Aquarius e della Open Arms, anch'essa accolta nel porto spagnolo di Valencia.

Perché l'assalto a Ceuta?

Dopo mesi nei quali le attenzioni si erano concentrate sulle coste greche e italiane, ora si torna a osservare anche quanto accade su quelle spagnole. Il motivo, legato alla ripresa dei flussi proprio dal nord Africa verso la penisola iberica, è da ricercare anche in quanto accaduto nei mesi scorsi in Marocco e in Libia.

Dopo gli accordi tra Italia e Libia, i pattugliamenti della stessa guardia costiera libica nel tratto tra Zuara e Garabulli si sono intensificati, rendendo difficili le partenze. Secondo il Financial Times, le condizioni dei centri di detenzione libici, sovraffollati e dove si verificano violenze di ogni genere, disincentivano chi tenta di lasciare il proprio paese diretto verso un porto europeo. Da qui un parziale spostamento delle aree di partenza verso il Marocco.

D'altro canto l'esecutivo di Rabat ha dovuto fronteggiare una sommossa antigovernativa, che ha costretto a riposizionare le forze di sicurezza, allentando la presenza nelle enclavi. C'è però anche chi sostiene che il Marocco, come già accaduto in passato, usi periodicamente la "minaccia" di alleggerire la propria presenza a Gibilterra, Ceuta e Melilla proprio per ottenere maggiori aiuti dall'Europa e dalla Spagna stessa. E' un fatto che Madrid alla fine del 2017 avesse contribuito con soli 3 milioni di euro al Fondo europeo per l'Africa, a fronte dei 13 milioni della Germania e degli 82 dell'Italia.

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