Esteri

Israele: le ragioni della protesta degli ebrei etiopi

Sottopagati, tradizionalisti e poverissimi, i falasha hanno deciso di protestare contro gli abusi della polizia. Il governo ora fa dietrofront

ebrei_etiopi

– Credits: GETTY IMAGES

Li chiamano con disprezzo falashà, traducibile con esiliati, immigrati, stranieri. Sono i 130 mila ebrei di origine etiope, migliaia dei quali sono scesi in piazza nei giorni scorsi, tra Gerusalemme e Tel Aviv, per protestare contro la  «violenza razzista» della polizia  e contro la politica di discriminazione di cui sono oggetto da decenni nello Stato degli Ebrei: ultimi tra gli ultimi, nella scala sociale, giusto un gradino sopra (o sotto) gli israeliani di origine palestinese. A scatenare la rivolta, un video ripreso dalle telecamere di sicurezza - divenuto virale - dove alcuni agenti malmenano un soldato israeliano di origine etiope senza apparente motivo.

IL VIDEO CHE HA SCATENATO LA RIVOLTA

Quanto accaduto in Israele dove le manifestazioni di protesta sono degenerate in violenti scontri con le forze dell'ordine e barricate persino davanti all'ufficio del primo ministro, è anche lo specchio di una società che si riscopre unita solo di fronte al nemico comune arabo, ma che in realtà è assai più divisa e conflittuale di quanto comunemente si creda.

Trasferiti in massa dall'Etiopia in Israele alla fine degli anni Ottanta del 900, i falashà erano allora e restano oggi ebrei sui generis, considerati paria dalla maggioranza silenziosa israeliana e persino non-ebrei (nonostante le pronunce favorevoli di due autorevoli rabbini come Ovadia Yosef e Shlomo Amar) dalle chiassose frange ultraortodosse che troppo spesso tengono in ostaggio la politica dello Stato.

Poveri, poverissimi, giunti in Israele trent'anni fa grazie a una serie di spregiudicati e spettacolari ponti aerei decisi dal governo di Tel Aviv per ragioni umanitarie ma anche contrastare il boom demografico della minoranza arabo-israeliana, i falashà sono tutt'oggi la minoranza ebraica meno scolarizzata, più sottopagata e discriminata di tutto lo Stato di Israele. La loro rabbia, riesplosa nelle ultime settimane, cova sotto le ceneri di un apparente unanimità nazionalista.

Nonostante la coscrizione obbligatoria e l'obbligo di frequenza della scuola pubblica, l'integrazione è infatti rimasta per lungo tempo lettera morta. I più giovani sono inseriti in programmi educativi e religiosi specifici  in nome del progresso. La  cultura ebraico-etiope ha secondo molti autorevoli attivisti dei diritti umani subìto in questi trent'anni, prima nei campi profughi e poi nelle istituzioni pubbliche, un processo di assimilazione forzata che ha invano tentato di annullarne le specificità identitarie e i  legami con la tradizione sincretica africano-ebraica.

Secondo il documentario Vacuum della giornalista israeliana Gal Gabay, il governo israeliano ha continuato per anni a imporre alle donne etiopi in età fertile la somministrazione controllata di Depo Provera, un pericoloso farmaco anticoncezionale, al fine di ridurre la crescita demografica delle famiglie di origine etiope.

La decisione di Bibi Netanyahu di ricevere una delegazione di Falasha dopo gli scontri, e le scuse del presidente Reuven Rivlin alla comunità ebraico-etiope non sembrano per ora sufficiente a ricucire la ferita: «Non abbiamo visto e non abbiamo ascoltato abbastanza: tra chi protesta nelle strade, ci sono alcuni dei nostri più eccellenti figli e figlie, studenti dotati, e coloro che servono nell'esercito».  Per ora sono parole. (PP)


© Riproduzione Riservata

Commenti