Redazione

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Per il governo iracheno è arrivato il giorno più atteso da tre anni a questa parte: Mosul, la seconda città dell'Iraq, è stata definitivamente strappata all'Isis.

L'annuncio del premier al Abadi 

Il Primo ministro Haidar al Abadi ha raggiunto il 9 luglio la ex roccaforte dei jihadisti per proclamare la "vittoria" e la fine della battaglia iniziata il 17 ottobre 2016.

Così Baghdad lava l'onta subita nell'estate del 2014, quando il suo esercito si diede alla fuga, consentendo alle milizie di Abu Bakr al Baghdadi di occupare in pochi giorni, senza colpo ferire, Mosul e quasi l'intero nord del Paese.

Abadi, mostrato in alcune foto mentre scende da un elicottero indossando divisa e cappellino militari, ha affermato di essere andato a Mosul "per annunciare la sua liberazione e per congratularsi con le forze armate e il popolo iracheno per la vittoria".

La gioia dei soldati e della popolazione

La televisione irachena ha mostrato nella giornata di ieri scene di giubilo tra i soldati iracheni, che ballavano e sparavano in aria. Ma anche immagini che testimoniano il calvario delle migliaia di civili rimasti intrappolati dagli ultimi combattimenti nella Città vecchia, completamente devastata, esposti alla minaccia dei miliziani dell'Isis, dei bombardamenti aerei della Coalizione a guida Usa, della fame e della sete, con temperature che superano i 40 gradi.

Le immagini mostrano soldati che danno da bere ai bambini, anche molto piccoli, mentre uomini e ragazzi che fuggono dal centro sono costretti a spogliarsi prima di passare le linee governative per controllare che non portino cinture esplosive nascoste sotto i vestiti.

 


L'Isis in Iraq non è sconfitto

Una vittoria ormai scontata, quella di Mosul, anche se ancora mentre il premier twittava queste parole spari ed esplosioni si potevano udire in due isolati nel centro della città dove gli ultimi jihadisti opponevano una resistenza disperata e inutile.

La riconquista di Mosul, preannunciata già dalla presa delle rovine della moschea Al Nuri, è arrivata al termine di un'offensiva di quasi nove mesi e che ha costretto circa 900.000 civili a fuggire dalle loro case, non significa la scomparsa dell'Isis in Iraq, che occupa ancora tra l'altro una larga fascia di territorio lungo 400 chilometri di confine siriano.

È qui, nella provincia di Al Anbar, già culla dell'insurrezione contro l'occupazione americana, di Al Qaida e poi dell'Isis, che i combattenti dell'autoproclamato Califfato potrebbero tornare per riorganizzarsi in attesa di sfruttare le tensioni interconfessionali e interetniche che, lungi dall'essere mitigate, sono oggi ancora più laceranti di tre anni fa.

Le prospettive dopo la caduta di Mosul

Tra i primi problemi che si porranno dopo la caduta di Mosul vi è il referendum per l'indipendenza del Kurdistan iracheno che le autorità di Erbil hanno indetto per il 25 settembre, dopo avere occupato con i loro Peshmerga vasti territori che non hanno nessuna intenzione di abbandonare.

Prima di tutti la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio. Non a caso Brett McGurk, inviato del presidente Trump per la Coalizione anti-Isis, è volato ieri a Erbil per incontrare il presidente curdo Masud Barzani e ringraziarlo personalmente per "l'eroismo dei miliziani Peshmerga e la loro cooperazione con le forze irachene". 

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