L'Indonesia è il più popoloso Paese a maggioranza musulmana del mondo. Secondo il censimento del 2000, ben l'86,2% dei suoi all'epoca 237.641.326 abitanti si dichiarava di religione islamica. Ciononostante nella Repubblica-arcipelago vige una costituzione relativamente laica, che prevede la libertà di religione, e lo Stato riconosce ufficialmente sei religioni.

Un caso a parte è però rappresentato dalla provincia autonoma di Aceh, "territorio speciale" dell'Indonesia situato all'estremità settentrionale dell'isola di Sumatra, dove dal 2001, con l'autorizzazione del governo di Giacarta, è iniziata una "sperimentazione" dell'applicazione di una versione "moderata" della sharia, la legge islamica. A partire dal 2005, da quando il governo centrale ha raggiunto un accordo con il Movimento per la liberazione di Aceh (Gam), un gruppo separatista islamico, la sua applicazione è stata progressivamente inasprita.

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Aceh: un'eccezione che sta diventando modello

Secondo una recente analisi del New York Times, la "sperimentazione" attuata in questi 15 anni, considerata un'eccezione, è andata assumendo un ruolo di "modello" per altre province dello Stato-arcipelago, che hanno cercato a loro volta di "imporre ordinanze basate sulla sharia, mettendo in allarme chi è preoccupato che il Paese abbandoni il suo secolarismo."

Secondo uno studio recente citato da Jon Emont dal quotidiano newyorchese, "dal 1999, da quando Giacarta ha sostanzialmente dato alle province e ai distretti la facoltà di promulgare norme proprie, sono oltre 442 le ordinanze" ispirate alla legge islamica "emesse in tutta la nazione, tra l'altro concernenti l'abbigliamenti femminile, la separazione tra i sessi e l'alcol".

L'attuale sindaco del capoluogo di provincia, Banda Aceh, è una donna che, contrariamente a quanto si aspettava chi vedeva nella sua elezione la possibilità di una leadership maggiormente progressista, ha dovuto ricredersi. Illiza Sa’aduddin Djamal, questo il suo nome, si è rivelata una zelante custode dell'ortodossia, imponendo un coprifuoco per le donne e occupandosi personalmente di impedire eventi pubblici contrari alle legge coranica.   

Le pubbliche fustigazioni
Come ci raccontano queste immagini - tutte scattate nell'ultimo mese - chi viola le vigenti regole islamiche viene sottoposto a fustigazione pubblica su dei palchi allestiti di fronte alle moschee delle due principali città della provincia, Jantho e il capoluogo Banda Aceh: uno "spettacolo" a cui assistono generalmente decine di ufficiali della "polizia della sharia" e di concittadini del malcapitato.

Una "galleria degli orrori" in cui troviamo uomini e donne fustigati per aver trascorso del tempo in stretta vicinanza a persone dell'altro sesso prima del matrimonio o per aver avuto rapporti sessuali extraconiugali, un uomo che ha abusato di adolescenti e persino un uomo di etnia cinese, appartenente alla minoranza buddhista, che accusato di aver organizzato con un correligionario una lotta tra galli, è stato frustato in pubblico lo scorso 10 marzo. Si è trattato della prima volta in cui la violazione della legge islamica è stata applicata a persone di religione buddhista. All'aprile del 2016 risale invece la "prima volta" di una donna cristiana frustata per aver venduto alcolici, che a 60 anni è stata condannata a 28 vergate.

Le frustate pubbliche spettano infatti, tra l'altro, ai giocatori d’azzardo, a chi viene scoperto a produrre, vendere o bere alcol, alle coppie eterosessuali che si frequentano fuori dal matrimonio, per non parlare di chi intrattiene rapporti omosessuali. Per la maggior parte i divieti sono ovviamente imposti alle donne che, tra l'altro, devono coprirsi il capo, non possono indossare abiti attillati, viaggiare in motocicletta né tantomeno ballare in pubblico. Il numero di frustate varia a seconda della gravità della "colpa" e rappresentano solo una parte della pena, cui possono aggiungere periodi di detenzione e multe. 


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