Esteri

I droni cinesi sui cieli del Medio Oriente

Da dove arrivano, quanto costano, chi li cerca, li compra e li usa dato che sono senza controllo

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Luciano Tirinnanzi

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Stefano Piazza

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La corsa in Medio Oriente all’acquisto dei droni cinesi, nonostante il leader mondiale nel settore Uav (gli aeromobili a pilotaggio remoto) siano gli americani, si spiega col fatto che i cinesi sono spregiudicati e del tutto incuranti delle restrizioni e degli impedimenti legali.

Vendendo i loro prodotti non assemblati e a prezzi molto convenienti, riescono ad aggirare gli embargo e raggiungere qualsiasi mercato ne faccia richiesta. Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Iraq, Giordania ed Egitto oggi sono i più ghiotti acquirenti.

Nella guerra dei droni libica, Khalifa Haftar sembra avere la meglio grazie soprattutto al drone cinese «Wing loong II», del tipo Medium-altitude long endurance (Male) che, nella sua seconda versione, ha visto l’aumento delle dimensioni e del carico, tanto che oggi può essere armato con 12 missili terra-aria «Blue arrow 7», sempre di fabbricazione cinese. Si tratta di un’arma micidiale: con un’apertura alare di 20,5 metri, un’altezza di 4,1 e una lunghezza di 11 metri, ha un’autonomia di 20 ore di volo e può raggiungere un’altitudine di 9 chilometri e una velocità di 340 chilometri orari. Piuttosto facile da pilotare, è così il mezzo più impiegato nei cieli nordafricani.

Già nel 2016 gli Emirati arabi uniti, per dare supporto ad Haftar, ne hanno dislocati in quantità presso la base aerea di Al Khadim, dove un tempo sorgeva l’aeroporto di al-Marj (nell’est della Libia). Qui, oltre ai droni «Wing loong», oggi si segnalano anche molti veivoli «Air tractor 802U», versione armata e corazzata di un aereo agricolo monomotore a turboelica che può sopportare fino a 4.100 kg di carico. 

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