Corea del Nord: l'importanza di non chiamarsi Kim

Il caro leader ha invitato la popolazione a cambiare il nome in caso di omonimia. Su base, ovviamente, "volontaria"

North Korean leader Kim Jong-un visit North Korean military's Unit 1313

Kim Jong un in visita ai campi militari – Credits: EPA/Rodong Sinmun South Korea Out/ANSA

Marina Jonna

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Ormai le vicende della Corea del Nord sembrano una soap opera di cattivo gusto: il pingue leader Kim Jong Un, prosegue sulla strada dell'assurdo (iniziata dai precedenti illustri leader).

È di qualche giorno fa la notizia di una nota da lui voluta, riportata dall'agenzia Yonhap, che invita tutti i cittadini della Corea del Nord a non utilizzare il suo nome per tutti i nuovi nati. E invita, su base "volontaria” (e tutti sanno cosa questo significhi), i cittadini che hanno lo stesso nome, a cambiarlo.

Questo per "tutelare l'autorità” dell'attuale leader così come anche riportato nel decreto del gennaio 2011, a firma del padre Kim Jong iL, padre dell'attuale "comandante”, che oggi diventa attuativo.

Questa regola si inserisce perfettamente nella tradizione nordcoreana all'insegna della "democrazia” e dell'assoluta leadership della famiglia Kim al potere da oltre 50 anni.

Il regime nordcoreano si fonda sulla paura e sulla crudeltà dei leader che, per qualsiasi loro capriccio, mandano la popolazione nei disumani campi di lavoro (i più fortunati) o direttamente al patibolo.

Su queste considerazione viene un po' da sorridere leggendo la classifica di Transparency sulla corruzione (indice che si basa sulla percezione della corruzione e non su un registro di casi certificati): l'Italia svetta al primo posto in Europa in fatto di corruzione ( e 69 esima su 175, a livello mondiale). Mentre la Corea del Nord risulta all'ultimo (a pari merito con la Somalia). 

Vista la "democrazia” del regime, non stento a crederlo.

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