Corea del Nord: perché Kim Jong-un è pronto per negoziare

Con l'ultimo test missilistico ha dimostrato di avere raggiunto una posizione di forza che potrebbe usare per riaprire il dialogo

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Il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un - 13 aprile 2017 – Credits: ED JONES/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Dopo mesi di silenzio sul piano dei lanci missilistici e delle provocazioni nucleari, proprio questa settimana la Corea del Nord ha annunciato con grande orgoglio di aver testato un missile balistico intercontinentale di tipo nuovo, l'Hwasong-15, apparentemente in grado di "colpire l'intero territorio degli Stati Uniti con una testata molto grande e pesante", ha sentenziato la televisione di stato del regime.

La soddisfazione di Kim Jong-un

Kim Jong-Un ha sottolineato la propria soddisfazione per essere riuscito a realizzare "l'obiettivo storico del completamento della propria forza nucleare e della costruzione di un arsenale missilistico", per quanto gli elementi per confermare l'effettiva capacità del nuovo vettore di trasportare una testata nucleare e, una volta avvicinatasi a sufficienza all'obiettivo da colpire, di rientrare nell'atmosfera mantenendo l'integrità dell'arma sia ancora tutta da verificare.

Perché Kim ha autorizzato un nuovo test

A prescindere dalle reali capacità militari nordcoreane, in merito alle quali, purtroppo, potremo scoprire la verità solo quando le vedremo realmente all'opera, e c'è da sperare che questo non avvenga mai, è difficile capire come mai, all'improvviso, e soprattutto dopo aver avccettato solo la settimana scorsa di accogliere un inviato cinese in Corea del Nord per parlare anche di equilibri nucleari, Kim Jong-un abbia autorizzato un nuovo test.

Che cosa ha in mente il leader nordcoreano? Si muove in maniera casuale oppure sta seguendo una strategia ben precisa? Come sempre, rispondere a queste domande è difficilissimo perché di quello che succede in Corea sappiamo sempre troppo poco. Tuttavia, osservatori molto attenti come Axel Berkofsky, Gianni Mazzocchi Fellow presso l'Università di Pavia e ricercatore di punta del Centro Studi sull'Asia dell'ISPI di Milano, e Antonio Fiori, Professore associato all'Università di Bologna, un'idea se la sono fatta.

L'impatto del test del 29 novembre

Secondo Fiori, quest'ultimo test ha due funzioni principali. "La prima è continuare a perfezionare il programma missilistico per raggiungere il punto in cui sarà eventualmente possibile montare una testata nucleare miniaturizzata su un vettore a lungo raggio. Questo, naturalmente, non con obiettivi di attacco contro gli Stati Uniti, come si dice da più parti e come continua a dire la propaganda nordcoreana (che fa il suo mestiere), ma in funzione difensiva, quindi anche per riuscire a trattare da pari con l'America (che peraltro non accetterà mai questo "ricatto"). Il test rappresenta poi la risposta (peraltro abbastanza scontata) al recente reintegro della Corea nella lista dei paesi sponsor del terrorismo effettuata da Donald Trump. Anche se, molto probabilmente, il lancio sarebbe stato effettuato anche se il reintegro non fosse avvenuto".

Kim e le sue logiche da Guerra Fredda

"Dal punto di vista della Corea del Nord", aggiunge Berkofsky, "l'impressione generale è che il paese possa a ragione dichiararsi oggi una potenza nucleare a pieno titolo. Kim Jong-un si muove seguendo logiche tipiche degli anni della Guerra Fredda, ed è anche per questo che sul fronte del nucleare non transige": per rimanere in piedi deve essere temuto, e per essere temuto ha bisogno del nucleare. Una prospettiva, questa, confermata anche da Fiori: internamente Kim Jong-un è riuscito a convincere la popolazione che la Corea del Nord possa considerarsi alla pari degli Stati Uniti, tant'é che riesce persino a far loro paura. Esternamente, "Kim è diventato l'attore strategico più significativo nello scacchiere, visto che continua il suo gioco a scapito di un tessuto internazionale e regionale confuso e diviso sulle possibili strategie da portare avanti per dare alla questione una possibile soluzione".

Perchè questo test non pregiudica il dialogo

Berkofsky, che insieme a Fiori ha pubblicato Enigma Corea del Nord, un ebook che spiega proprio come l'apparente immobilismo coreano celi al proprio interno cambiamenti di strategia necessari per la sopravvivenza del regime, ritiene che il test di questa settimana non abbia chiuso definitivamente quella porta di dialogo che la Cina negli ultimi mesi ha cercato con grandi difficoltà di mantenere aperta. Al contrario, secondo il ricercatore italo-tedesco la consapevolezza di aver raggiuto lo status di potenza nucleare potrebbe portare Pyongyang verso il negoziato più che verso la guerra. Kim Jong-un potrebbe aver sempre rifiutato il dialogo per paura di essere messo all'angolo da potenze più forti di lui. "Oggi, finalmente più forte proprio grazie ai progressi fatti sul fronte del nucleare, potrebbe aver ritrovato la fiducia necessaria anche per riaprire i negoziati in maniera ufficiale".

Il ruolo della Cina

E la visita dell'inviato cinese? Secondo Berkofsky è possibile che la scelta di testare un nuovo missile dopo la partenza di Song Tao non sia stata casuale. Al contrario, potremmo interpretarla come un modo per confermare quanto (forse) è emerso dagli incontri effettuati nel corso di questo viaggio in Corea di cui non abbiamo saputo nulla, vale a dire che Pyongyang si muove in maniera indipendente. Fiori conferma che della visita sappiamo solo che "è stata cordiale", e che Song Tao è stato ricevuto da Choe Ryong Hae, il vicepresidente del Partito comunista nordcoreano, cui ha anche consegnato il regalo cinese indirizzato a Kim.

La variabile Trump

Cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane? Azzardare previsioni è sempre molto rischioso, ma non sarebbe così assurdo immaginare che tutte le potenze coinvolte in questa crisi decidano di lanciare un nuovo tavolo negoziale. Sempre che Donald Trump non lo boicotti in partenza. Per quanto paradossale possa sembrare, l'incostanza di un presidente così impulsivo e stravagante, che ora sta chiedendo alla Cina di rispondere al test del 29 novembre tagliando le forniture di petrolio alla Corea del Nord, potrebbe far precipitare la situazione. I cinesi per il momento non si sbilanciano, conclude Fiori, sottolineando come stiano cominciando anche loro a temere che "l'aggressività nordcoreana, nel caso di taglio totale ai rifornimenti, potrebbe iniziare a rivolgersi anche verso di loro", confermando lo scetticismo del collega sulle conseguenze dell'atteggiamento muscolare di Trump. "Se gli Stati Uniti lanciassero un attacco, con il quale non è nemmeno sicuro che riuscirebbero a 'zittire' completamente e immediatamente le bocche da fuoco (convenzionali e non) nordcoreane, quest'ultimo avrebbe ripercussioni assolutamente drammatiche.



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