C'è la Mini-Imu e ci sono i grandi evasori
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C'è la Mini-Imu e ci sono i grandi evasori
Economia

C'è la Mini-Imu e ci sono i grandi evasori

Mentre gli italiani pagano le imposte sulla casa, il Fisco perde il controllo su interi patrimoni milionari. Ecco perché serve un vero e proprio reset normativo e ridurre al minimo l'uso del contante

Ma che stanno facendo, da tanti anni, gli uomini del Fisco e della Guardia di Finanza, se poi resta possibile, in Italia, scovare una signora, Angiola Armellini, proprietaria di 1.243 immobili in una sola città, Roma, che risultava da sempre praticamente povera? E se, giustamente vantandosene, le Fiamme Gialle possono ancora denunciare di aver individuato in un solo anno, il 2013, 12 mila fuorilegge fiscali, di cui 8000 evasori totali per 60 miliardi di redditi nascosti e 27 mila lavoratori in nero?

La verità è che questo fisco-colabrodo, capace di far impazzire i cittadini perbene determinati a pagare le tasse per la difficoltà lunare di capire quanto e come devono pagarle, ma incapace di stroncare alla radice la pianta avvelenata della grande evasione, non ha poi le colpe che sembra avere.

L’Istat – con il consenso di Eurostat – include nel calcolo del Prodotto interno lordo italiano una percentuale di economia sommersa , che quindi esiste ma non è tracciata nei documenti pubblici, del 16%: su 1600 miliardi di pil, si tratta di 256 miliardi di reddito, che non diviene “imponibile”. Se lo divenisse, pur volendo essere prudenti e calcolare una bassa percentuale media di prelievo (si pagano le tasse sui guadagni, non sui ricavi!) c’è da scommettere che comunque il fisco potrebbe portare a casa una trentina di miliardi di tasse all’anno in più, il che risolverebbe non tutti ma molti dei problemi della finanza pubblica italiana.
Non succede, neanche per idea. E sì che da vent’anni si sa che dovrebbe accadere per non dover più fare i sacrifici che l’austerity er le varie spending review e i vari “tagli lineari” hanno imposto.

Agli occhi dell’opinione pubblica, peraltro, a dispetto dei proclami severi e delle varie “strette” normative – l’anagrafe dei conti correnti bancari è l’ultima – non è cambiato niente, negli ultimi anni: niente che rassicuri il contribuente onesto del fatto che ai suoi sacrifici di pagatore corretto faccia riscontro un trattamento “muscolare” a carico di chi ha tanto di più da pagare. Ai superevasori di ieri – dal compianto maestro Pavarotti al pirotecnico Maradona – se ne aggiungono ogni giorno di nuovi, che giustamente e puntualmente s’oppongono, come Raul Bova e mille altri, alle pretese dell’erario. Alle clamorose iniquità del trattamento fiscale riservato ad alcune entità imprenditoriali – come Google o gli altri big del web – non si oppone mai alcuna azione incisiva, compreos il conato già archiviato della “web tax” italiana, che dovrebbe essere fatta invece dall’Europa, ma resta lettera morta.

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Alle impennate di severità contro qualche categoria – ultimo caso, l’obbligo di dotarsi del punto di pagamento elettronico a carico delle categorie libero professionali, imposto poi alla fine solo a chi dichiara oltre 300 mila euro di fatturato – si contrappone la sistematicità dei prelievi e degli adempimenti a carico dei soliti noti, i lavoratori dipendenti, che anche volendo non potrebbero evadere nulla. E intanto le groviere del controllo dello Stato - sul territorio (1200 case non dichiarate!) e sui contribuenti, 60 miliardi di evasione scoperti in un anno – aprono buchi sempre più grandi o per le meno non chiudono quelli vecchi.

Perché? La verità risiede chiaramente in un “corpus” di norme ormai talmente stratificate e complesse da risultare incomprensibili anche a chi le ha scritte. Inapplicabili. Capaci di giustificare un contenzioso infinito. Un mare di crediti fiscali dello Stato – oltre 550 miliardi – ormai inesigibili.
Andrebbe riscritto tutto. Occorrerebbe un “testo unico” tributario che azzerasse e riavviasse da zero il sistema, un reset radicale, come con un computer impallato. Ma non basato sul “consenso” civile verso l’esazione fiscale, bensì sul tracciamento dei flussi finanziari. L’anagrafe dei conti correnti esiste, va usata a tappeto verso tutti, lavoratori dipendeti (che arrotondano in nero ed esentasse) e lavoratori autonomi.
Non si gridi scandalizzati alle violazioni della privacy! Siamo immersi nelle spiate abusive di tutti su ciascuno! Non ha senso che Google ne sappia di noi, per farci propinare dai suoi clienti pubblicitari la qualsiasi offerta, più di quanto ne sappia il fisco. Ecce homo: che l’erario mi faccia fino alla lira i conti in tasca (più di quanto pago non potrà spremermi) ma che lo faccia con tutti, almeno tutti pagheranno e il benedetto gettito fiscale necessario ci sarà.
Un modo per riuscirci c’è, anche se è illiberale: ridurre rasoterra i limiti per l’uso del contante. Oltre i pagamenti di 50 euro, andrebbe imposto l’uso del bancomat o delle carte di credito o di debito. Allora sì che fare tanto nero comporterebbe problemi per gli evasori incalliti. Come spenderebbero i loro soldi illecitamente accumulati (e custoditi in cassaforti private, altro inconveniente, per loro)?

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Verrebbero costretti a vivere in una specie di “circuito” nero, come i malavitosi, come i mafiosi, quelli che possono usare solo i loro medici, i loro alberghi, i loro autoriparatori. Chi pretendesse di pagare in contanti grossi importi finirebbe all’indice, verrebbe respinto dalla maggioranza degli alberghi, non potrebbe acquistare biglietti di viaggio, non potrebbe comprare un’auto o un qualunque bene registrato. Evadere diventerebbe finalmente impossibile per tutti. E tutti se ne gioverebbero. Sarebbe ora…

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