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Economia

La successione alla Fed, le cose da sapere

Per la guida della massima autorità monetaria americana ci sarà probabilmente una corsa a quattro. Ecco perché la nomina è importante

Sarà probabilmente una corsa a 4 o al massimo a 5, salvo sorprese. È quella che porterà il prossimo febbraio alla nomina del nuovo presidente della Federal Reserve (Fed), l’autorità che governa la politica monetaria degli Stati Uniti e che, di riflesso, influenza anche l’economia del mondo intero. 

A decidere il nome del governatore sarà il presidente americano, Donald Trump, che ha ricevuto dai suoi consiglieri una lista di personalità che andrebbero bene per ricoprire il ruolo. Non è esclusa, anche se viene giudicata improbabile, una riconferma dell’attuale presidente Janet Yellen. Un altro nome in lizza è quello di Jerome Powell che già lavora alla Fed, come membro del Consiglio dei Governatori.

Tra falchi e colombe 

Ha fatto parte del Consiglio di Governatori (nel 2008) anche un papabile presidente che viene giudicato da più parti come il favorito: Kevin Warsh, classe 1970, che ha iniziato la sua carriera in Morgan Stanley per poi “riconvertirsi” a banchiere centrale negli anni successivi. 

Warsh è giudicato un “falco”, cioè uno che vorrebbe mettere fine al più presto alla politica monetaria accomodante della Fed, fatta di bassi tassi d’interesse e piogge di liquidità sul mercato che, a detta del potenziale governatore, prima o poi generano una bolla speculativa. 

Infine, in questi giorni si parla anche di un possibile outsider: Neel Kashkari, classe 1973, presidente della Fed di Minneapolis, considerato una “colomba” perché sostenitore di una politica monetaria caratterizzata ancora da tassi bassi, ben diversa da quella propugnata da Warsh.

Compito difficile 

Il nuovo governatore della Federal Reserve, che avrà i pieni poteri da febbraio 2018 quando scadrà il mandato della Yellen, non si troverà di fronte un compito facile. Dieci anni fa, quando scoppiò la crisi finanziaria del biennio 2007-2008, la massima autorità monetaria americana prese infatti in mano le redini della situazione, inaugurando una serie di manovre ultra-accomodanti che hanno contribuito non poco a evitare il collasso dell’intero sistema bancario ed economico americano. 

I poteri della Fed, infatti, vanno ben oltre quelli della Banca Centrale Europea, che per statuto deve occuparsi solo della stabilità monetaria nel Vecchio Continente e tenere sotto controllo l’inflazione. La Federal Reserve ha ruolo ben più attivo nella politica economica, può alzare e abbassare i tassi anche in base agli obiettivi di crescita del pil e di lotta alla disoccupazione.

Quantitative leasing al capolinea 

Inoltre, dal marzo del 2009 in poi, la banca centrale americana si è impegnata in un gigantesco Quantitative Easing (alleggerimento quantitativo), cioè ha inondato di liquidità il sistema finanziario comprando ogni mese decine e decine di miliardi di titoli finanziari sul mercato. Si  tratta  di obbligazioni del Tesoro statunitense e di mortgage backed (o related) securities, strumenti finanziari legati ai mutui, principale causa della grande crisi bancaria del biennio 2007-2008. 

Dopo quasi 9 anni di quantitative easing, la Federal Reserve si trova adesso in pancia una montagna di titoli: dagli 870 miliardi di dollari del 2008 a si è passati agli oltre 4mila miliardi di oggi. Dal 2018 in poi, il compito del nuovo governatore sarà quello di riportare i bilanci della banca centrale americana a dimensioni “normali” e alzare gradualmente i tassi d’intesse (oggi ancora attorno a un modesto 1%), senza provocare contraccolpi sui mercati dopo aver sparso liquidità in abbondanza. Chiunque sarà scelto per la presidenza, insomma, avrà da una missione assai impegnativa da affrontare. 

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