Banco alimentare, al lavoro nella fabbrica della beneficenza
Banco alimentare, al lavoro nella fabbrica della beneficenza
Economia

Banco alimentare, al lavoro nella fabbrica della beneficenza

Ogni euro raccolto ne vale 30 ed è in grado di assicurare 18 pasti

Un investimento che assicura un ritorno pari a 30 volte la somma iniziale? Sembrerebbe pura fantascienza persino per i fondi più speculativi, quelli capaci di fare tremare il mondo intero. Eppure esiste. Ed è a fin di bene. «Ogni euro raccolto dal Banco alimentare ne vale 30 ed è in grado di assicurare 18 pasti circa»: parola di Marco Magnelli, 50 anni, ex dirigente della Siemens, oggi direttore a tempo pieno, per «scelta di vita», della onlus lombarda che raccoglie generi alimentari per redistribuirli ai poveri, la prima a essere stata lanciata nel 1989 sul modello della spagnola Fondación Banco de alimentos di Barcellona e la più grande delle 21 sparse in tutta Italia e coordinate dall’omonima fondazione con quartiere generale a Milano.

I suoi numeri farebbero invidia a parecchie aziende profit. Per farsene un’idea basta qualche esempio. Oltre 41 milioni di euro di valore equivalente di pasti distribuiti ogni anno solo in Lombardia per un totale di 137 milioni su scala nazionale; 18 dipendenti a tempo pieno e 490 volontari che a turni di mezza giornata coprono ciascuno 8 ore effettive di lavoro al giorno (in tutto il paese i dipendenti sono 118 e i volontari oltre 1.500); 1.270 «clienti», ossia strutture caritative assistite, per un totale di 8.673 su tutto il territorio.

Anche l’organizzazione è degna di un’azienda tra le più efficienti. Basta fare un giro nel maxicapannone da 3.600 metri quadrati con 1.900 metri cubi di celle frigorifere in via Papa Giovanni XXIII a Muggiò, nel cuore della Brianza, per rendersene conto.

Ore 11, di un martedì qualsiasi: uno dei 19 camion in dotazione alla onlus lombarda scarica 15 bancali di salumi e affettati targati Citterio. È merce fresca, in parte in scadenza il giorno stesso. «Verrà consegnata per l’ora di cena» rassicura il presidente-volontario Gianluigi Valerin, altrimenti dirigente alla multinazionale per la consulenza energetica Abb. «È tutto calcolato». E a fare i conti è un cervellone di tutto rispetto: il sistema informatico Sap acquistato dalla fondazione con un investimento di 800 mila euro. È lui che decide a chi va che cosa. «In base alle disponibilità in magazzino e alle esigenze dei singoli enti caritativi il computer stila la lista della spesa» continua Valerin «mentre i volontari preparano i diversi carichi». In quel momento ce ne sono almeno una decina, in prevalenza pensionati, ma non mancano i ragazzi italiani o stranieri che si aggirarano tra gli scaffali, elenco alla mano, per confezionare gli scatoloni.

In un altro stanzone c’è Albino, pensionato anche lui, con la sua squadra di 10-12 persone che lavorano nel reparto selezione. «Controlliamo ogni carico che arriva dividendo tutto: latte con latte, biscotti con biscotti, pasta con pasta» racconta. Lavorano dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 13.30 alle 17.30. Sempre a turni di quattro ore che vengono decisi con una settimana di anticipo. A rotazione fra tutti i volontari. «Le consegne agli enti caritativi avvengono invece solo su appuntamento» riprende Magnelli, che ne conta 50 al giorno in media. «E le richieste sono in continuo aumento» informa.

Non potrebbe essere altrimenti. Marco Lucchini, tra i fondatori del Banco e direttore della fondazione, prova a fare il punto: «Negli ultimi due anni le strutture caritative sono aumentate dell’11 per cento su scala nazionale, con un incremento del numero delle persone assistite del 30 per cento» dice, calcolando in 3 milioni, forse più, nella sola Italia i poveri assoluti, ossia persone che non riescono a garantirsi un pasto quotidiano. Perciò lancia un appello: «Abbiamo bisogno di fondi per continuare a lavorare nel medio-lungo termine».

Sono due le emergenze sul tavolo: la chiusura alla fine del 2013 del fondo della Ue che attraverso l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea) garantisce oggi il 40 per cento delle derrate a disposizione del Banco alimentare; e le risorse per la gestione quotidiana dello stesso, tenendo conto che per l’operatività della sola onlus lombarda servono in media 1,5 milioni di euro l’anno. «Sul primo punto anche il governo è intervenuto istituendo con l’ultimo decreto per lo sviluppo un fondo sulla falsariga di quello europeo» prosegue Lucchini, che richiama l’attenzione sui benefici fiscali previsti per chi dona derrate alimentari: i prodotti regalati non rientrano nei ricavi ai fini Ires e sono considerati «distrutti» ai fini Iva. Tradotto: si pagano zero tasse. Al momento sono 845 fra aziende e catene di supermercati a donare le proprie eccedenze alle 21 onlus che fanno capo al Banco. Mentre le mense aziendali e scolastiche sono 181. Ma si può fare molto di più. Tanto più che nella filiera del cibo in Italia si perdono ogni anno 5,5 milioni di tonnellate di prodotti per un valore di 13 miliardi di euro circa. Alla faccia dello spreco...

E la gestione quotidiana del Banco? «Quello è l’altro punto dolente» secondo Magnelli, che per la Lombardia ogni anno riceve 800 mila euro da regione e comuni (da questi ultimi 100 mila). Il resto è frutto di donazioni. «Facciamo il possibile per farci conoscere» dice. «L’ultima iniziativa? Cene da gourmet realizzate con le nostre scorte da grandi chef che prestano la loro opera gratuitamente. Un venerdì ne abbiamo organizzata una con Massimo Meloni ai fornelli, chef con oltre 30 anni di esperienza». Il calendario è fitto di eventi. Perché non approfittarne?

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