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La Luftwaffe schierata in Romania (Getty Images).
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Ucraina: mentre la Nato chiude alla no fly zone, Putin apre ai colloqui

L'Alleanza atlantica boccia la zona d'interdizione al volo richiesta da Volodymyr Zelensky perché alzerebbe troppo la tensione. Intanto, il presidente russo annuncia un terzo incontro negoziale.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky continua a invocarla, ma la Nato è stata chiara: la no fly zone sui cieli dell’Ucraina non verrà istituita. La misura al centro del dibattito rischierebbe di alzare troppo il livello della tensione, dunque è stata bocciata definitivamente.

Bisogna ricordare che era stata ritenuta impossibile da concedere, sin dai primi accenni a una richiesta in tal senso, dal presidente Usa Joe Biden e dal premier inglese Boris Johnson. Un punto resta chiaro: istituirlo aprirebbe uno scontro diretto della Nato con Mosca e porterebbe a un inevitabile allargamento del conflitto. La no fly zone non è infatti una misura «neutra», ma implica tutta una serie di passaggi volti a garantirne il rispetto.

Chi istituisce un simile divieto, infatti, deve poi essere pronto ad abbattere qualunque velivolo che sorvoli l’area interdetta al traffico aereo. Dal punto di vista politico e tattico, implicherebbe insomma una dichiarazione di guerra della Nato a Vladimir Putin. Fin dalle prime avvisaglie su come i rapporti Mosca-Kiev sarebbero degenerati, l’Alleanza atlantica ha detto chiaramente che non avrebbe mai partecipato allo scontro in modo diretto.

La no fly zone, insomma, implica l’uso della forza, attraverso mezzi militari aerei e di terra che hanno il compito di abbattere gli eventuali aerei trasgressori. È questo tipo di intervento che la Nato vuole evitare e lo ha fatto sia astenendosi dal mandare militari on the ground, sia non rispondendo all’appello di Zelensky riguardo allo spazio aereo.

In definitiva, vietare il sorvolo dell’Ucraina alle forze russe significherebbe inasprire ancora di più le tensioni già ampiamente presenti e trascinare tutte le nazioni che aderiscono alla Nato in una guerra che, a quel punto, non avrebbe più confini. Un quadro che non gioverebbe neanche alla stessa Ucraina, trasformandosi in un conflitto globale.

Il tavolo delle trattative, bisogna ricordarlo, è ancora in piedi, per quanto assai traballante: dare modo alla Russia di buttarlo all’aria aggrappandosi a quella che per la Federazione rappresenterebbe una provocazione, non appare al momento troppo saggio. Tanto più che l’ultimo, sebbene sottilissimo, filo di speranza è rappresentato da un annuncio arrivato oggi da parte di Putin.

Durante un colloquio telefonico con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente russo ha detto che un terzo incontro negoziale con l’Ucraina si terrà nel week-end. Bocciata la soluzione che inasprirebbe gli animi, prosegue invece la strada del rifornimento di armi inviate a Kiev in misura massiccia, che certo non è esente da rischi ma risulta, al momento, l’unico percorso praticabile.

I pericoli legati all’invio di armi si sono concretizzati in tragiche realtà durante altri conflitti, come quello in Afghanistan. Prima di tutto, è impossibile prevedere se un governo che in parte delega la propria strategia difensiva a «privati cittadini» (ucraini che hanno aìimbracciato le armi o contracotr) sia poi in grado di impedire la nascita o l’eccessivo rafforzamento di gruppi autonomi che si pongono, con effetti tutti da valutare, al di fuori della sua struttura di comando.

In una prospettiva di lungo termine, poi, le armi con le quali equipaggiamo l’Ucraina potrebbero fare la fine di quelle che abbiamo fornito in passato per altri eventi bellici, arrivando proprio nelle mani di coloro che si intendeva combattere. In ogni caso, l’Italia, come altri Paesi d’Europa, ha deciso di inviare una fornitura bellica del valore di circa 100-150 milioni di euro, che comprende mortai e bombe, mitragliatrici pesanti e leggere, missili Stinger, elmetti e giubbotti antiproiettile, radio Motorola e razioni K.

Le operazioni per l’invio del materiale sono già iniziate, nonostante le difficoltà logistiche che tutti i Paesi incontreranno per far giungere gli equipaggiamenti a Kiev. Altri Stati membri della Ue, come Germania, Norvegia o Finlandia, stanno provvedendo come noi all’invio di armi.

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