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(M. Turkia, Getty Images)
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La polveriera libica, tutti gli errori dell'Europa (dis)unita

Com'è ridotto il paese dove oggi, è più facile comprare un mitra che un capo di abbigliamento

Il teatro della prima missione del Presidente del consiglio Mario Draghi in Libia è quello di una "non-nazione" pacificata dall'equilibrio delle armi più che dalle volontà diplomatiche. La tregua che ha visto l'elezione a premier dell'uomo d'affari di Misurata Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh il 5 febbraio scorso, seppure favorita da una serie di incontri internazionali, è infatti figlia della consapevolezza delle due fazioni di non poter soverchiare quella avversaria, in primis per l'impossibilità di tagliare i rifornimenti ai propri nemici.

Quanto a forniture militari ai libici, l'Italia e in generale la Comunità Europea puntano il dito contro la Russia, ma molto in chiave di rafforzamento della Nato e pro-Usa dopo il "disinteresse" di Trump; quindi lo fanno verso la Turchia, rea di volersi espandere nel Mediterraneo, ed anche, sebbene con più diplomazia, contro Emirati Arabi, Egitto e Giordania. Vero è che queste sono tutte nazioni che hanno riempito Tripolitania e Cirenaica di mitragliatori e bombe, ma non possiamo scordare che tre mesi dopo il summit di Berlino (era la metà di gennaio del 2020), anche il governo tedesco aveva approvato esportazioni di armi per un valore di 331 milioni di euro (358 milioni di dollari) verso paesi accusati di sostenere le parti in guerra nel paese, almeno secondo un rapporto del Ministero dell'economia tedesco diffuso nell'aprile successivo dopo una interrogazione parlamentare richiesta dal partito tedesco di sinistra Die Linke. Proprio in quel momento ci si accorse che Berlino aveva anche approvato 15,1 milioni di euro di esportazioni d'armi per la Turchia e 7,7 milioni di euro per gli Emirati Arabi Uniti.

Come possa non essere venuto in mente a nessuno che la vendita sarebbe finita in una triangolazione ha quantomeno del misterioso. Che autorizzare quelle vendite fosse una mossa poco lungimirante nei confronti del processo di pace libico era chiaro sin dall'inizio: da sempre la Turchia sostiene il governo di Accordo Nazionale (Gna) che è stato sostenuto anche dalle Nazioni Unite, mentre Russia, Egitto e Emirati sostengono le forze rivali guidate da Khalifa Haftar. Eppure a chiusura del summit tedesco 2020 – che molti interpretarono come il tentativo della Germania di sostituirsi nel ruolo che storicamente apparteneva all'Italia - ben 16 tra nazioni e organizzazioni internazionali avevano concordato di attuare un embargo sulle armi per la Libia e tra queste comparivano come firmatarie proprio Egitto, Turchia, Russia e Emirati.

Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres aveva subito accusato questi quattro paesi di aver violato l'embargo e di continuare a fornire armi per il conflitto, ma la risposta europea fu l'inizio timido della missione Irini (significa Pace) al posto della precedente e inefficace iniziativa "Sophia". Nessuno pare voler ammettere che negli anni 2011-2018 Bruxelles era totalmente impreparata al controllo di questi traffici e che l'UE nella vicenda libica si è comportata nel peggiore dei modi: ha partecipato ai raid del 2011, ha lasciato spazio a Turchia e Russia, non ha impedito la corsa agli armamenti delle due fazioni in guerra e si è rivelata disunita e opportunista quando c'era da fare affari.

Agli occhi degli analisti il fallimento della missione Sophia era scontato perché questa non aveva sufficienti mezzi navali a disposizione per condurre ispezioni in mare e nessun aiuto nel controllo dei confini libici terrestri, dunque senza alcuna possibilità di sortire gli effetti desiderati. Di Irini, tredici mesi dopo il suo inizio, l'UE sbandiera già dei risultati che però paiono non impedire comunque alle armi di giungere a destinazione. Il motivo è il medesimo e nessuno in Europa può oggi permettersi di rinunciare agli affari con gli Emirati o di toccare l'Egitto, nazione ultra-armata stretta tra i Fratelli Musulmani e il conflitto libico.

Purtroppo nell'ultimo decennio, ovvero dalla morte di Muammar Gheddafi in poi, nonostante un primo embargo sugli armamenti firmato alla fine del 2011, le armi arrivate in Libia non sono passate soltanto da queste nazioni ma provenivano anche dalla Francia, che nel 2018 esportò oltre 14 miliardi di euro in armamenti verso il solo Egitto, il cui confine ovest è regno dei trafficanti. Nello stesso anno Parigi concesse 9,5 miliardi di esportazioni belliche verso gli Emirati e anche 295 milioni di euro alla stessa Libia per la fornitura di radar per il controllo del fuoco, artiglieria, missili e droni. Il fatto che gli armamenti prodotti in Europa viaggiassero attraverso il Mediterraneo tornando dai pesi che li avevano acquistati, e che non ci si limitasse alle armi leggere, fu chiaro già nel 2017 quando l'Onu pubblicò un primo rapporto sull'inefficacia dell'embargo, ma divenne palese nell'ottobre 2019 quando in un raid pro Khalifa Haftar fu impiegato un velivolo Dassault Mirage (di costruzione francese), che non poteva certo essere rimasto in naftalina e senza ricambi dal 2011, poiché già prima della morte di Gheddafi l'aviazione libica fu neutralizzata dai raid occidentali. Altra cosa invece furono i contratti vagliati dall'Onu: come sempre avviene in caso di risoluzione internazionale, le Nazioni Unite approvarono soltanto l'importazione in Libia di congegni di difesa non letali per uso umanitario o protettivo tra i quali i veicoli blindati (ma anche esplosivi) definiti in un contratto di 4,1 milioni di euro autorizzato sempre nel 2018 dall'Italia, insieme con 2,3 milioni in veicoli provenienti dalla Germania e dal Regno Unito. Materiale che però transitò direttamente e senza intermediari occulti, salvo poi essere visto in tv mesi dopo con montata sopra una mitragliatrice pesante.

Tanti dunque sono stati gli errori fatti dall'Europa in Libia ed evidentemente anche dai nostri ultimi governi: inconsistente fu la passerella di Conte con Al-Sarraj, peggio ancora la visita del primo ministro italiano e di quello degli esteri insieme per la liberazione dei nostri pescatori, perché legittimò quanto fatto dai libici. Ora Draghi dovrà cominciare un lavoro immane sul piano strategico, migratorio, economico ed energetico. Le elezioni libiche saranno alla fine dell'anno e nel Paese ci sono più armi che elettori.

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