«Caro amico italiano, mi hai salvato la vita in Afghanistan»
A destra, l'interprete afghano con la figlia. Sullo sfondo, un militare italiano in Afghanistan (Getty Images).
«Caro amico italiano, mi hai salvato la vita in Afghanistan»
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«Caro amico italiano, mi hai salvato la vita in Afghanistan»

La lettera mandata da un interprete afghano a un nostro militare, che lo ha aiutato a fuggire negli Stati Uniti.

Pubblichiamo una lettera spedita a un militare italiano che ha operato in Afghanistan da un interprete, che è riuscito a fuggire grazie al suo aiuto. Tutti gli afghani che sono riusciti a lasciare il loro Paese dovevano necessariamente essere autorizzati da qualcuno all'estero. L'interprete in questione, di cui omettiamo le generalità per ragioni di sicurezza, aveva lavorato con il contingente italiano. Quando è stata chiusa la base, e tutti sono stati mandati via, il traduttore ha ricevuto un certificato, che attestava che aveva prestato servizio nella base dal 2009 al 2021. Insieme al certificato, però, occorreva un garante, ossia un ufficiale in Italia che si prestasse a fare da ponte con il Coi, il Comando operativo di vertice interforze. Il nostro militare si è prestato a fargli da garante e oggi l'interprete afghano si trova al sicuro negli Stati Uniti. Ecco il suo messaggio.


Ciao caro amico,

il tuo aiuto è stato prezioso per me e io lo non dimenticherò mai. Sei l'unico che ha aiutato me e la mia famiglia ad Anchin. È stato un viaggio faticoso, ma sono riuscito ad affrontarlo con il tuo sostegno. Nei giorni passati sai che ho avuto una paura terribile perché ho cercato di prendere molti voli, ma sfortunatamente erano chiusi. Non mi sono però arreso, grazie a te. Così sono arrivato a Kabul con la mia famiglia in una grossa macchina per paura dei posti di blocco dei talebani. Tu hai seguito i miei spostamenti. Eri in contatto con me sempre, da Herat a Kabul.

Quando sono arrivato a Kabul, la città era caduta ed era in mano ai talebani. Ho passato alcune notti in albergo e la mia famiglia aveva molta paura. Poi, quando ho messo in salvo mia moglie e i miei figli, tutto sembrava finito. Invece il tuo angelo custode è arrivato in aeroporto e mi ha fatto entrare. So che non dimenticherò mai la tua gentilezza, fino all'ultimo momento della mia vita.

Non so in quale lingua ringraziarti. Io e la mia famiglia siamo salvi grazie a te. Con la morte nel cuore, mio caro amico, ho lasciato mio padre e mia madre che non sono riusciti ad andare via da Herat. Tu sai che lì mi conoscono tutti, sanno che ho lavorato per la Nato. Invece i miei due fratelli sono riusciti a raggiungere Kabul, ma purtroppo sono rimasti lì. I talebani già due volte li hanno minacciati perché sanno di me e uno di loro era nell'esercito e questo fa di lui un loro nemico.

I talebani faranno quello che hanno fatto sempre, imporranno la Sharia, che è la loro rigida interpretazione delle leggi coraniche. Non mi aspetto sorprese. Forse non tornerò più in Afghanistan. Chissà, in futuro, se le cose cambieranno. In quel caso vorrei davvero che i miei figli crescessero nella loro patria. Ma in questo momento dobbiamo fuggire. Non possiamo fare altro. Spero che un giorno i nostri destini possano di nuovo incrociarsi. Vado via dalla mia terra con il pensiero delle persone che ho lasciato nel cuore. Penso anche a te, amico mio, che mi hai mostrato una libertà a cui non posso più rinunciare. E che devo assicurare ai miei figli.

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