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Il giorno più nero di Donald Trump

Prima la sconfitta in Georgia andata a Warnock (che consegna la maggioranza del Senato ai democratici) poi la condanna per truffa fiscale alle sue aziende. Una giornata che potrebbe anche segnare il suo futuro politico

Sono ore particolarmente turbolente, queste, per Donald Trump. Al ballottaggio senatoriale della Georgia, il suo candidato, Herschel Walker, è stato battuto dal rivale dem Raphael Warnock. A prescindere dal fatto che l’asinello avrebbe comunque mantenuto il controllo della camera alta, si tratta di un pessimo segnale per l’ex presidente che, alle ultime elezioni di metà mandato, aveva già visto naufragare i suoi (cruciali) candidati per il Senato in Pennsylvania e Nevada. Inoltre, nelle stesse ore, si è abbattuta su di lui anche una tegola giudiziaria. Dopo un processo di circa un mese, una giuria di New York ha riconosciuto la Trump Organization colpevole di frode fiscale.

È chiaro che queste due circostanze peseranno significativamente sulla nuova campagna presidenziale che Trump ha annunciato appena lo scorso 15 novembre. La sua posizione politica esce infatti notevolmente indebolita da quanto accaduto. D’altronde, l’ex inquilino della Casa Bianca è finito al centro delle critiche di parte consistente del mondo conservatore americano, dopo la sua problematica performance alle ultime Midterm. Sono molti, infatti, coloro che gli rimproverano di aver personalizzato troppo la campagna elettorale, puntando su tematiche e candidati rivelatisi poi spesso fallimentari. La fibrillazione nel Partito repubblicano è quindi destinata prevedibilmente ad aumentare, soprattutto in vista delle prossime primarie presidenziali.

Da questo punto di vista, non è affatto un mistero che vari esponenti dell’elefantino stiano già ufficiosamente scaldando i motori in considerazione di una discesa in campo. Al momento, la figura più solida sembra essere quella di Ron DeSantis, che è stato trionfalmente rieletto a governatore della Florida il mese scorso. Un altro nome potenzialmente in lizza è quello del governatore della Virginia, Glenn Youngkin, mentre starebbero seriamente pensando a una candidatura anche l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley. Del resto, proprio quanto accaduto a Trump nelle scorse ore rende notevolmente probabile lo scenario di primarie presidenziali repubblicane piuttosto affollate.

Un elemento deve comunque essere tenuto presente. La crisi politica in cui sta piombando l’ex presidente non va confusa con una presunta crisi del tumpismo. Il trumpismo, inteso come maggiore attenzione alla working class e alle minoranze etniche, è diventato ormai dottrina consolidata presso gran parte delle strutture del Partito repubblicano. DeSantis stesso è un trumpista, mentre Pompeo e la Haley hanno fatto parte dell’amministrazione Trump. Lo scontro interno all’elefantino non è quindi ideologico ma generazionale. Dall’altra parte, al netto dell’inevitabile dialettica interna, è impellente per il Partito repubblicano evitare delle fratture insanabili al proprio interno, se vuole riuscire realmente a riconquistare la Casa Bianca nel 2024. I democratici attualmente sono piuttosto deboli. Ma potrebbero sfruttare efficacemente queste divisioni nel campo avverso.

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