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(Ansa)
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Documenti classificati: le differenze tra il caso di Pence e quello di Biden

Documenti classificati sono stati trovati anche della casa privata dell'ex vicepresidente repubblicano. Un fatto grazie, ma il paragone con il caso di Biden - almeno per ora - non regge

Non solo Joe Biden. Documenti classificati sono stati trovati anche nell’abitazione privata dell’ex vicepresidente americano, Mike Pence, in Indiana. La notizia è stata diffusa martedì. In particolare, l'avvocato dell'ex vicepresidente, Greg Jacobs, ha affermato che Pence avrebbe ordinato di eseguire una ricerca lo scorso 16 gennaio (in considerazione dei ritrovamenti precedentemente verificatisi nei locali privati di Biden): una ricerca che ha portato alla scoperta di alcuni incartamenti classificati. Secondo Cnn, il team dell’ex vicepresidente repubblicano ha quindi notificato il tutto agli Archivi nazionali il 18 gennaio, per darne infine notizia ai leader e alle commissioni competenti del Congresso il 24 gennaio.

Ora, qualcuno sta già iniziando a sostenere che il ritrovamento in casa di Pence favorirebbe in qualche modo Biden, secondo la logica del “così fan tutti”. Per carità: nessuno nega che sia grave che l’ex vicepresidente repubblicano avesse in casa dei documenti classificati. Così come nessuno nega l’autogol politico, visto che Pence aveva criticato Biden per essersi tenuto degli incartamenti sensibili. Tuttavia, almeno sulla base delle informazioni finora disponibili, la situazione che riguarda Biden risulta ben più grave. Rispetto al caso di Pence, si registrano infatti delle differenze sostanziali.

In primis, emerge un tema relativo alla tempistica. Come abbiamo visto, i documenti in casa di Pence sono stati rinvenuti il 16 gennaio e il suo team legale, dopo aver notificato la cosa agli Archivi nazionali e consegnato il tutto, ha avvisato il Congresso, rendendo di fatto pubblico il ritrovamento, lo scorso 24 gennaio: vale a dire neanche dieci giorni dopo il ritrovamento. La prima scoperta di documenti nei locali privati di Biden risale invece al 2 novembre scorso. Ebbene, non solo il team dell’attuale presidente, pur avvisando Archivi nazionali e Dipartimento di Giustizia, non ha reso pubblico il ritrovamento, ma la notizia è stata diffusa solo il 9 gennaio da uno scoop della Cbs. In altre parole, Biden ha taciuto per oltre due mesi, senza dimenticare che il primo ritrovamento avvenne esattamente sei giorni prima delle elezioni di metà mandato. Una circostanza che ha portato molti a ritenere che quel silenzio fosse finalizzato ad evitare contraccolpi politici per il Partito democratico. E pensare che, a gennaio 2021, l’attuale amministrazione americana aveva promesso di ripristinare la trasparenza!

Una seconda differenza risiede nella datazione dei documenti. Quelli di Pence risalgono al periodo in cui lui stesso era vicepresidente nell’amministrazione Trump: amministrazione conclusasi, ricordiamolo, il 20 gennaio del 2021. Dall’altra parte, gli incartamenti di Biden sono molto più vecchi: alcuni sono inerenti all’amministrazione Obama (chiusasi il 20 gennaio del 2017), altri risalgono addirittura al periodo in cui l’attuale presidente svolgeva l’attività di senatore (cioè a prima del 2009). Semmai, la domanda da porsi è: per quale ragione gli avvocati di Biden hanno avvertito l’urgenza di mettersi a cercare documenti così vecchi soltanto a partire dall’autunno del 2022? Si tratta di un punto delicato, che andrebbe urgentemente chiarito.

Una terza differenza da sottolineare riguarda poi i rapporti con le istituzioni. Sulla questione dei rispettivi documenti classificati, Donald Trump e Mike Pence non hanno potuto godere del privilegio di interfacciarsi con ministri e funzionari nominati dalla loro amministrazione. Ricordiamo che il Dipartimento di Giustizia è attualmente guidato da Merrick Garland, nominato da Biden nel gennaio del 2021. Tutto questo, mentre gli Archivi nazionali sono al momento sotto la direzione ad interim di Debra Steidel Wall (diventata vicedirettrice degli Archivi nel 2011, ai tempi cioè dell’amministrazione Obama). Non è forse casuale che, nel caso dei documenti di Biden, il Dipartimento di Giustizia abbia tenuto una linea piuttosto blanda, instaurando con la Casa Bianca, nelle settimane successive al primo ritrovamento, una “cooperazione silenziosa” (come riferito dal New York Times). Dall’altra parte, gli Archivi nazionali si sono finora rifiutati di fornire alla commissione Sorveglianza della Camera la documentazione richiesta sul materiale classificato trovato a Biden.

Un’ultima differenza sostanziale risiede nel fatto che la prima tranche di documenti di Biden è stata trovata in un ufficio di Washington, appartenente al Penn Biden Center: un think tank che fa capo all’Università della Pennsylvania. Un ateneo, ricordiamolo, che dal 2014 ha ricevuto oltre 70 milioni di dollari dalla Repubblica popolare cinese. Non si può quindi al momento escludere che quella fondazione possa essere stata infiltrata proprio da Pechino. Ragion per cui, l’aver trattenuto documenti classificati nei suoi locali potrebbe aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale. Insomma, prima di equiparare il caso di Pence a quello di Biden, sarebbe meglio essere cauti.

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Stefano Graziosi