cina ospedale organi
(Ansa)
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La Cina ha violato le norme di etica medica sui trapianti di organi

L'ambasciata cinese in Italia attacca Panorama per l'inchiesta sugli organi ma i fatti da noi raccontati sono confermati dalle principali testate mediche del settore

L’Ambasciata della Repubblica Popolare cinese in Italia non ha gradito i contenuti della nostra inchiesta pubblicata da Panorama lo scorso 24 agosto dal titolo “Cina quando lo stato vuole i tuoi organi” e su Twitter ci ha accusato di diffondere fake news. In merito, è opportuno ricordare che la Cina diffonde 24 ore su 24 notizie false sui campi di prigionia dove vengono detenuti gli uiguri, i membri del Falun Gong, le migliaia di prigionieri politici; e nasconde dall’inizio i dati reali della pandemia (peraltro a lungo ostinatamente negata dalle autorità). Ma andiamo alla nostra inchiesta; il caso dei trapianti illegali di organi prelevati da detenuti prigionieri in Cina è un tema del quale si discute da molti anni e intorno a cui le più importanti autorità internazionali hanno più volte chiesto chiarezza al governo cinese. Il rapporto della Fondazione commemorativa delle vittime del comunismo (VOC) è solo una delle fonti che abbiamo consultato tra l’enorme massa dei documenti che descrivono cosa accade in Cina. Cosa ne pensa l’Ambasciata cinese del fatto che ogni anno in Cina vengono effettuati circa 60.000-100.000 trapianti di organi, da sei a dieci volte quelli ammessi dal Partito Comunista Cinese? Il China Tribunal, un comitato indipendente di esperti di diritti umani, avvocati e un chirurghi dei trapianti con sede a Londra, ha pubblicato un rapporto scioccante che ha mostrato prove schiaccianti del prelievo forzato di organi da detenuti in Cina, siano essi i membri della setta del Falun Gong o la minoranza uigura.

Nel 2019 un tribunale internazionale guidato dall'avvocato britannico Geoffrey Nice ha pubblicato un rapporto sui trapianti di organi in Cina - basato su mesi di discussioni, presentazione di prove e analisi dei risultati - che annoverava crimini contro l'umanità e «una delle peggiori atrocità commesse nei tempi moderni».

Nondimeno Ethan Gutmann, ricercatore e attivista per i diritti umani, ha dichiarato ad Haaretz alla fine del 2020 che circa 15 milioni di membri delle minoranze nella provincia dello Xinjiang, compresi i musulmani uiguri, sono stati sottoposti a visite mediche essenziali per controllare le corrispondenze degli organi da trapiantare. Ha rilevato che oltre un milione di quelli testati erano nei campi di prigionia: «Questo non è sporadico la Cina ha creato una politica di pulizia etnica, potenzialmente molto redditizia».

La Cina ha inoltre violato due valori fondamentali dell'etica medica per quanto riguarda i trapianti di organi, secondo un articolo pubblicato sull'American Journal of Transplantation , la principale rivista scientifica al mondo sui trapianti. Tra il 1980 e il 2015, i ricercatori hanno concluso che i cinesi hanno regolarmente violato la regola del donatore morto, che proibisce il prelievo di un organo essenziale da una persona vivente e proibisce di causare la morte dei donatori per prelevare il loro organo. I 71 documenti che dimostrano che gli organi sono stati prelevati prima della morte del soggetto sono stati distribuiti su un periodo di 35 anni e provenivano da 35 diversi ospedali in 33 città e 15 province Gli autori, Mathew Robertson, dottorando in politica e relazioni internazionali presso l'Australian National University di Canberra, e il prof. Jacob (Jay) Lavee, affermano anche che i cinesi hanno violato divieto di partecipazione dei medici alle esecuzioni dei prigionieri . Il professor Lavee è consulente medico sulla gestione del rischio per lo Sheba Medical Center e membro del consiglio di etica della Società internazionale per il trapianto di cuore e polmone. Ha istituito e gestito l'unità di trapianto cardiaco di Sheba e ha servito come presidente della Società israeliana di trapianto. Queste le nostre fonti e queste le evidenze su cui concorda la comunità internazionale. Ovviamente, l’ambasciata cinese in Italia fa il suo lavoro e deve cercare di giustificare, o meglio confutare, tali affermazioni. Ma i fatti da noi evidenziati restano.

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