Edoardo Frittoli

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È morto nella notte successiva al giorno del suo 87° compleanno il boss mafioso Salvatore Riina detto Totò "u curtu", il boss più sanguinario della storia di Cosa Nostra.

La sequenza dei numeri 24, 25 e 26 marcano gli anni di regime di 41 bis passati da Riina nelle carceri di massima sicurezza, il numero degli anni di latitanza e il numero di ergastoli a cui il boss dei boss è stato condannato.   

Riina era nato a Corleone (Palermo) il 16 novembre 1930. Il boss dei boss di Cosa Nostra viene condannato per la prima volta nel 1949, a soli 19 anni. L'accusa è di omicidio di un coetaneo dopo un violento alterco ed il giovane Riina passa i suoi primi sei anni in carcere a Palermo.

Tornato a Corleone si mette al servizio del capo dei mafiosi locali Luciano Liggio, al soldo del quale combatte la guerra di mafia contro la famiglia dei Navarra. Pochi anni dopo avere ucciso il rivale Michele Navarra viene nuovamente arrestato nel 1963. Al processo svoltosi a Bari viene assolto per insufficienza di prove e, una volta libero, Riina rimane in Puglia per poi essere trasferito a Corleone in regime di soggiorno obbligato, dal quale si sottrae in poco tempo entrando in latitanza.

Il 10 dicembre 1969 torna alle cronache nazionali per il ruolo di esecutore nella cosiddetta "strage di viale Lazio" compiuta per eliminare il boss palermitano Michele Cavataio, alla quale partecipano Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella. Oltre al boss restano sul terreno altri quattro cadaveri.

Due anni dopo Riina uccide il procuratore Pietro Scaglione, proseguendo l'ascesa ai vertici con una serie di sequestri a scopo di estorsione, tra cui spicca quello del figlio dell'industriale costruttore Giacomo Cassina, nella Palermo del sindaco Vito Ciancimino, di cui i corleonesi erano elettori.

Morto il boss Liggio, Riina diventa reggente della cosca di Corleone, iniziando la guerra per il potere con gli ex alleati Badalamenti e Bontate legandosi a Provenzano. All'inizio degli anni '80 il boss elimina gran parte dei rivali, tra cui Salvatore Inzerillo e altri 200 affiliati nella "seconda grande guerra di mafia" a Palermo. Sono anche gli anni dell'infiltrazione dei corleonesi nella politica palermitana per tramite dell'esponente DC Salvo Lima, contro i cui avversari all'interno dello stesso partito si scatenò il fuoco delle armi di Riina: il 9 marzo 1979 è ucciso Michele Reina (segretario provinciale DC); il 6 gennaio 1980 è la volta di Piersanti Mattarella, fratello dell'attuale Presidente della Repubblica Sergio, allora a capo della Regione Siciliana e in contrasto con Ciancimino.

Il 30 aprile 1982 rimane ucciso Pio La Torre, l'esponente del PCI che aveva indicato i legami del sindaco di Palermo con Cosa Nostra. Gli anni '80 sono anche quelli del maxiprocesso di Palermo (iniziato nel febbraio 1986)  dove furono imputati quasi 500 affiliati, tra cui Riina e gli altri boss indicati dai pentiti Tommaso Buscetta e Baldassarre di Maggio. Il ruolo dei collaboratori fece scattare l'epoca delle stragi dei loro familiari, bambini compresi. Le condanne pesantissime del 1992 furono alla base dell'omicidio di Salvo Lima, che a giudizio dei corleonesi non era stato in grado di influenzare le sentenze.

La strage di Capaci che costò la vita al giudice Giovanni Falcone a sua moglie ed alla scorta ed in seguito quella del collega Paolo Borsellinoaprirono la tragica stagione delle stragi di Milano, Roma e Firenze, indicate anche come la fase della "trattativa Stato-mafia".

Totò Riina viene catturato dai Carabinieri del ROS guidati dal Capitano Ultimo il 15 gennaio 1993, mentre si trovava a poca distanza dalla sua abitazione a Palermo e dove aveva trascorso con la moglie e i figli parte della sua latitanza. L'arresto fu reso possibile dalle informazioni fornite dal suo ex-autista Baldassare Di Maggio, entrato nel mirino dei corleonesi dopo la collaborazione con gli inquirenti.

I lunghi processi per le altrettanto lunghe liste di imputazione a carico di Riina si aprono nel 1992 quando il boss era ancora contumace. Tutte le condanne all'ergastolo (tranne quella della strage del Rapido 904) sono confermate: il boss dei boss ne ha accumulati ben 26.

Dal 1995 al 2001 viene rinchiuso all'Asinara e Ascoli Piceno in regime di isolamento (41bis), revocato temporaneamente e poi nuovamente applicato per una serie di minacce ad esponenti della magistratura trapelate dal carcere.

Nel 2003 Riina subisce un primo intervento chirurgico a causa di un infarto. Trasferito nel carcere di massima sicurezza di Opera (Milano), nel 2006 è ricoverato nuovamente per insufficienza cardiaca. Durante il processo sulla trattativa Stato-mafia Riina invia minacce al pm Antonino di Matteo, uno dei suoi più grandi accusatori nei processi a suo carico. Trasferito a Parma, passa i suoi ultimi mesi nella struttura ospedaliera dell'istituto di detenzione. Muore dopo essere entrato in coma nelle prime ore del mattino del 17 novembre 2017.

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