Napolitano dovrebbe portare il dialogo nelle procure

Una propensione vera al dialogo, che salvaguardasse la legge uguale per tutti, ma restaurasse la catena dell’autorità professionale nelle procure, sarebbe il capolavoro del Presidente

Il presidente Giorgio Napolitano alla festa della Repubblica parla con il presidente del Senato Piero Grasso e con il premier Enrico Letta (Credits: Daniele Scudieri/Imagoeconomica)

Giuliano Ferrara

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Tutti cercano il dialogo, ma il dialogo è un fenomeno elusivo, un «flatus vocis», a meno che non sia fondato su identità e autorità. Di gente capace di dialogo, a parte il Papa gesuita che si può permettere quasi tutto, conosco in Italia soltanto due persone. Il capo capitalista finanziario della Fiat, Sergio Marchionne, uno che apre e chiude le porte perché sa dove vuole andare ed è già a mezza strada; il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, capace di indurre i partiti a dialogare a viva forza, forza delle idee e dello stato di necessità, ma anche della tradizione e storia politica del Paese.

Il vero capolavoro del dialogo italiano dovrebbe manifestarsi lì dove è nata l’incapacitazione al discorso pubblico coesivo, nell’amministrazione della giustizia penale. Ma quello è il luogo in cui è massimo lo smarrimento dell’identità e lo svuotamento dell’autorità. Ogni pm fa partito a sé, partito personale, da Antonio Di Pietro in poi, fino ad Antonio Ingroia, e lo stile è unico: inchiesta distruttiva, lista elettorale, pasticci politicanti, conquista vera o effimera di popolarità per via della gestione del diritto e sopra tutto dello storto.

Una propensione vera al dialogo, che salvaguardasse la legge uguale per tutti, ma restaurasse la catena dell’autorità professionale nelle procure della Repubblica, sarebbe il capolavoro di Napolitano, ma è un compito di difficoltà estrema senza una vera alleanza di partiti. Il resto non è dialogo, è confusione delle lingue, sono prove di comunicazione spesso infingarde, traditrici, retoriche, pompose e inautentiche. 

Identità e autorità sono alla base del discorso del capo dello Stato che ha fatto uscire il Paese dal rifiuto infantile del principio di realtà, obbligando i partiti a fare il loro mestiere, formare una maggioranza politica possibile e governare. Il Quirinale era l’unica base possibile, l’unica cattedra dalla quale tenere quel discorso. Non perché sia super partes, ma per la ragione opposta. L’istituzione è salda come la roccia della Costituzione che custodisce, e da quella posizione un giorno sarà possibile un analogo appello a riformare e irrobustire, modernizzandola, la Costituzione del ’48.

Sarebbe, come è evidente a tutti, un grande lascito politico, la fondazione vera di un dialogo che non il solo Berlusconi, con la sua legittima cocciutaggine, rende impossibile. Infatti sono trenta o quarant’anni che le riforme necessarie della Costituzione non si fanno perché su quel punto il dialogo è bloccato per mancanza di autorità e identità dei partiti. 

Chissà Matteo Renzi. È una speranza perché in lui si identificano, in nome del salto generazionale, correnti di sinistra riformista e di destra moderata della società italiana. Renzi, se non si farà scappare l’occasione, è la testimonianza in sé di un possibile dialogo generale da realizzarsi nelle urne, nel consenso e in una leadership che però ha bisogno di coraggio e di cultura. Il dialogo ha una sua logica, ma è anche una libera avventura per la quale bisogna essere preparati, ed è avversato sempre dal partito degli arcigni e dei pigri.

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