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Calcio

I numeri non mentono: il calcio sull'orlo del crac

La denuncia del presidente sui conti del Barcellona, le spese pazze del Psg e il quadro europeo. In Italia la situazione non è molto migliore - QUESTO CALCIO PEGGIO DELLA SUPERLEGA MA NESSUNO SI LAMENTA

C'è la ferrea logica dei numeri dietro lo tsunami che ha travolto il calcio europeo, messo in ginocchio dalla pandemia che è costata non meno di 8 miliardi di euro (stima aggiornabile dal 2019 al 2022) e condannato dagli errori commessi prima che il Covid ne mettesse a nudo la fragilità. Un sistema economico in pericoloso disequilibrio, fintamente sostenuto dalle norme della Uefa e costretto a camminare sul filo del rasoio fino a quando la corda non si è spezzata.

E' l'estate della dolorosa presa di coscienza e della paura perché nessuno può dirsi al riparo. Oggi spende e spande senza limiti il Paris Saint German degli emiri qatarini, impegnati nel lancio del Mondiale di Qatar 2022 e nella strategia soft di accreditamento presso la vecchia Europa. Spendono i club inglesi della Premier League, che la Superlega ce l'hanno da tempo nel senso che si sono garantiti un vantaggio incolmabile nella guerra dell'appeal e della diffusione commerciale del proprio campionato. Spendono loro, soffrono tutti gli altri compresi gli insospettabili.


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LA CRISI DRAMMATICA DEL BARCELLONA

Se cercate un'immagine iconica dell'estate 2021 del calcio europeo, il riferimento sono le lacrime di Leo Messi nel giorno dell'addio al Barcellona. Certo, per consolarsi è bastato davvero poco perché nemmeno due giorni più tardi l'argentino sorrideva da nuovo calciatore del solito Psg con in tasca un contratto da oltre 3 milioni di euro netti al mese, ma il suo divorzio dal Barça rimane comunque uno di quegli eventi epocali in grado di sintetizzare il momento meglio di mille parole.

Poi ci sono i numeri che hanno costretto i dirigenti catalani a dire "basta". Numeri messi in fila dal nuovo presidente Laporta, impegnato in una dura battaglia con il suo predecessore Bartomeu defenestrato a furor di popolo. Scorrerli significa percorrere un viaggio dentro un club considerato leader, appoggiato sulla fede incondizionata di 140mila soci, famoso in tutto il mondo, celebrato eppure in una crisi che i suoi stessi dirigenti definiscono "molto preoccupante" con una situazione finanziaria "drammatica".

L'ultimo bilancio si è chiuso con un passivo di 481 milioni di euro, fatturato in ribasso a 621 e spese in crescita a 1,136 miliardi. Un monte ingaggi che da solo si mangia il 103% dei ricavi (617 milioni di euro) cui non è servito il maquillage dei tagli della passata stagione, spesso trasformati solo in bonus e premi fedeltà a venire. Soprattutto un "debito reale" (così definito dal presidente Laporta) di 1,4 miliardi di euro appesantito dai prestiti che il Barcellona si è fatto fare negli ultimi mesi per non andare a picco, compreso quello ponte da 80 senza il quale non sarebbero stati pagati gli arretrati degli stipendi.

TUTTI INSIEME SUL TITANIC

Se paiono numeri irreali, basta confrontarli con quelli messi a disposizione dalla Uefa e che fotografano il resto della compagnia. Il progetto Superlega, creato per dare un futuro al calcio di prima fascia e non solo, è morto in culla: solo Real Madrid, Barcellona e Juventus restano aggrappate al giudizio della Corte europea che potrebbe ribaltare tutto, ma che non interverrà a breve. Anche la Uefa attende quella pronuncia dalla quale dipende il suo stesso futuro, perché se ne fosse certificata la posizione di abuso di monopolio il panorama verrebbe riscritto con nuove norme e vincitori diversi dal presidente Ceferin.

Oggi, però, la situazione è di stallo. Prima del Covid (dati Uefa) nei 20 campionati top d'Europa gli stipendi dei calciatori pesavano per oltre 11 miliardi di euro, in continua crescita così come i ricavi ma più rapidamente. Poi è arrivata la pandemia, i fatturati sono crollati mentre le buste paga delle stelle e non solo sono praticamente rimaste intoccabili, se non con qualche taglio o rinvio di facciata.

I club hanno in pancia contratti con una durata media di ancora 34 mesi tra Premier League, Budesliga, Serie A, Liga e Ligue1. Se tutti arrivassero in fondo, costerebbero oltre 27 miliardi di euro (un terzo solo il campionato inglese) andando a sfondare i bilanci già in crisi. Ecco perché il rischio concreto è che anche qualche big faccia default o, nella migliore delle ipotesi, si condanni a una decrescita non troppo felice.

LA CRISI E LE ASPETTATIVE DEI TIFOSI

Uno scenario difficile da digerire per tifosi e addetti ai lavori. Nel secondo caso spesso si fa finta di niente (basta controllare alla voce 'spese per commissioni'), nel primo si soffre e protesta. Le proprietà vanno avanti tra prestiti e aumenti di capitale. I dirigenti sperano di poter vendere, anche se il mercato - con l'eccezione dei top - è fermo. In Italia c'è chi va avanti con la logica della formichina, chi è bloccato dall'indice di liquidità e non può iscrivere i nuovi acquisti (Lazio) e chi ha smontato pezzi importanti della squadra scudetto come l'Inter.

I nerazzurri sono un caso a parte, dove la crisi incrocia con le difficoltà della proprietà cinese. Ma il quadro complessivo è tendente al nero ovunque con sole splendente solo su Parigi. Così il football europeo affronta quella che dovrebbe essere la stagione della ripresa e della sostenibilità: parole oggi lontane e vuote, che spaventano a Barcellona e non solo.

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