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(Ansa)
Televisione

Brivido Geolier

I fischi per il suo successo nella serata dei duetti; le polemiche sul televoto in vista della serata finale

Alle due meno dieci i pianeti si sono allineati. Ed ecco l’apparizione che tutti (i superstiti) aspettavano. Dopo 27 anni, scendono sul palco dell’Ariston, anche loro vestiti di nero, i Jalisse. Quanto abbiamo atteso per risentire quel boppone di Fiumi di Parole. E c’è anche quella divinità di Beppe Vessicchio a dirigerli. Tanta emozione, ma quasi subito ci viene in mente Nanni Moretti in Ecce Bombo quando si domanda: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o non vengo per niente?». Alla fine, è sempre così, ti si nota di più se resti nel platonico mondo delle idee. Sospesi come angeli di Chagall sopra l’Ariston, ricordo affettuoso di anni migliori. È meglio rimanere esclusi a vita, che apparire fugaci alle due del mattino per poi risparire nella notte. L’attesa dei Jalisse alla fine è stata meglio dei Jalisse.

Ma la nottata, come ci ha ripetuto all’infinito Amadeus in giacca mille sfumature di rosso, e come neanche le maestre dell’asilo facevano quando ci dovevamo mettere in fila: «È una serata imperdibile, questo è Sanremo 20 (apnea alla Emma) 24, la serata delle cover». Dopo che siamo stati orientati come la bussola di Colombo, eccoci pronti alla maratona. C’è anche il principe Alberto di Monaco, che mentre si recava a Torino ai funerali di Vittorio Emanuele ha fermato qui la carrozza. Era di strada. E ora dal balconcino presidenziale assiste con sguardo benevolo. Insomma, una testa coronata fa sempre fine e non impegna. Dunque, Ama ci aveva promesso che avremmo ballato neanche fossimo al Circoloco di Ibiza e invece tutti, ma proprio tutti abbiamo consumato il pacco da 12 di fazzoletti di carta. Senza pietà. Serenata lacrimosa, per dirla alla Mannarino. Si piange con Roberto Vecchioni e Alfa che cantano (e si piazzano) Sogna ragazzo sogna. Poi si continua con Notte prima degli esami con Gazzelle e Fulminacci, «La Réunion degli Oasis che non ti aspettavi», postano dal web. Si arriva al singhiozzo strozzato in gola con Riccardo Cocciante e Irama con Quando finisce un amore. Naturalmente c’è Fabrizio De André cantato da Diodato e Jack Savoretti a darci il colpo di grazia.

I Santi Francesi e Skin picchiano di brutto con Hallelujah (e noi avremmo scommesso il patrimonio sul loro piazzamento) roba da pelle d’oca anche sotto le ascelle. Loredana con Tenco è perfetta, altra mazzata alle nostre animucce fragili.

Pure i Tenores di Bitti, portati da Mahmood (sei sadico pure te), che alla fine si avvolgono le spalle con la bandiera della Sardegna con le belle facce segnate e la loro lingua misteriosa, ci straziano. Ebbasta però. Per fortuna ci ha pensato Gianna Nannini e Rose Villain a risollevare lo spirito: due amiche al karaoke, dopo il quarto gin tonic. I social sono ancora più perfidi: «Una prova in più potevano farla», «Secondo me la Nannini è scappata perché sono arrivati i cani della polizia».

Poi sale sul palco Pino D’Angiò con i BNKR44. Che Idea. E lì è la leggenda che si esibisce. Tratteniamo il fiato perché lui, che ci ha fatto ballare davvero, sembra così fragile, ma noi sappiamo che è il nostro maestro Yoda. Momento stracult.

Ci si mette pure Arisa vestita come la sorella di Barbie o come twitta qualche acido: «Bomboniera matrimonio gipsy», con quel capolavoro de La Notte. Ormai siamo arrivati a dolori che salgono, amori frantumati, notti infinite, sogni spezzati, anime fragili. E quel (ormai possiamo dirlo) sadico di Ama che gode nel celebrare i 40 anni della canzone di Venditti. Insomma, ci ricorda che il meglio è ormai passato e il pannolone inesorabile ci attende. Per fortuna arrivano i trattori e la loro nota: «Senza agricoltura non c’è vita, non c’è libertà». Ama, ma non potevi leggerlo un po’ prima di mezzanotte e un quarto? Avremmo apprezzato, avremmo applaudito. Ma lui ha i suoi tempi è quando il campanile scocca l’una e 15 compiaciuto dice: «Stiamo viaggiando molto bene», neanche fosse il treno proiettile da Tokyo-Kyoto. Lorella Cuccarini lo guarda con l’occhio della madre della Corazzata Potemkin. Lorella è bellissima, per avere il suo fisico firmeremmo un patto con il diavolo. Entra cantando e ballando. Quando parte La notte vola, ha già vinto. Sfoggia abiti vintage, tutto il grande Made in Italy: Ferrè (finalmente), Versace, Cavalli. È raffinata, pacata, ricorda la mamma sarta e si commuove. E poi sa leggere il gobbo come nessuno (queste sere abbiamo visto gente stentare davanti a quel cartoncino neanche fosse in aramaico). Standing ovation. Anche per il capitano Gigi D’Agostino tornato più forte che mai. Si ama sempre e comunque.

E ora arriviamo alle dolenti note. Dargen non vincerà Sanremo, ma in modalità “Il Profeta”, se si presenta alle primarie del Pd stravince. Lui, gli orsetti e il suo coraggio.

Ghali ci regala una performance unica, senza monologare tanto dice tutto. Sembra un principe arabo con quei veli neri, ti aspetti che un nobile falco gli si posi sulle mani sottili. Parte in arabo, «La tua tristezza mi ha portato nell’oscurità», e finisce cantando Cutugno. Sono un italiano vero. Preciso come una Glock. Angelina Mango con la canzone del padre La Rondine, altro che fazzoletti, ci aggroviglia lo stomaco. Bravissima, ci si emoziona e dentro di noi tutti pensiamo che tocchi proprio a lei. Anche perché, se serata lacrimosa è, che lo sia fino in fondo. E invece no. Geolier, che sul palco si porta tre mostri sacri come Guè Pequeno, Luchè e Gigi D’Alessio, vince. E a questo punto abbiamo assistito al momento più basso del Festival. Una scena da ultimi giorni dell’umanità per dirla alla Karl Kraus. Il pubblico fischia, si alza e se ne va.

Fischiare uno che ha vinto perché è stato votato è una delle cose più maleducate e arroganti che si possano fare. Serve solo per umiliare inutilmente un ragazzo di 23 anni, il cui album, Il coraggio dei bambini, è il più venduto dello scorso anno.

Hanno fischiato Guè Pequeno (milanese eh), che ha collezionato sette dischi di platino, roba impossibile da realizzare. Brivido, 89 milioni di visualizzazioni, è una poesia moderna.

Mentre noi al massimo sappiamo fare la lasagna ai carciofi come variante di quella al ragù.

Dai su, cosa pensavate, quando avete visto scendere sul palco Gigi D’Alessio che veniva a prendersi una boccata d’aria di mare? Lui veniva per vincere. Chiudete gli occhi e vedrete Pietro Savastano alla finestra che guarda verso Sanremo, dicendo: «C ripigliamm tutt chell ch’è o nuost». Se non lo vedete, pazienza, lo vedrete stasera. Ciao Ama, ha ragione Fiorello, sei Belzebù (ma non interrompere più quel tesorone di Mr. Rain).

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Terry Marocco