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La Reevo di Beno con ruote senza raggi e gps integrato (beno.io)
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Lifestyle

La bici reinventata. Dieci modelli di e-bike belli e innovativi

Mentre continua a salire nelle vendite, la bicicletta elettrica diventa un territorio di sperimentazione ardita di forme e materiali. Lussuosa, personalizzabile, dal design stravolto e il cuore tecnologico. è una fuga di benessere, un elisir di lunga vita. Un inno al dinamismo in un tempo immobile

C'è la bicicletta futuristica, che ha eliminato i raggi dalle ruote e sembra catapultarsi nel presente da un film di fantascienza. L'audace, con il sellino sospeso quasi in aria; l'avventuriera, che salta gli ostacoli e, per lunghi adrenalinici attimi, sembra saper volare. Una è fatta in carbonio impreziosito d'oro, un'altra ha il telaio che s'illumina non appena scende la sera. E poi, ecco la possente, quasi scultorea, all'esatto opposto della pieghevole che si fa piccola, discreta, adatta a uno spazio minimo. Tutte hanno un elemento in comune: sono elettriche, sottraggono dall'equazione del moto il concetto della fatica. O, quantomeno, lasciano la possibilità di scegliere se andare a fiato o a motore. Agli italiani piacciono tanto, sempre di più: secondo gli ultimi dati dell'Ancma, l'Associazione nazionale ciclo motociclo accessori, nel 2020 le vendite delle e-bike sono aumentate di oltre il 20 per cento rispetto al 2019.

L' italiana Leaos, dalla struttura ultraleggera (leaos.com)

Leaos. Disegnata e realizzata in Italia, la Pressed e-bike ha una struttura ultraleggera e una batteria rimovibile che si può anche chiudere a chiave nel telaio. Prezzo su richiesta, variabile in base ai colori e alla configurazione scelta. Leaos.com

Spinta dal boom della domanda, la bicicletta elettrica si è riprodotta in variazioni plurime sul tema di sé stessa, non ha stravolto la sua forma originale, ma l'ha arricchita di elementi di stile. È insieme vezzosa e utile, pratica e vanesia, futuristica e rétro. È al centro di un fermento, di una gara dei pedali che coinvolge arrembanti start-up californiane, sartorie inglesi che si cimentano con freni e sospensioni, atelier del Belgio abituati allo chic e laboratori del più raffinato made in Italy. Un giro del mondo della creatività aggrappata ai dintorni di un manubrio.

«Il design può essere una via d'accesso alla bici, la sua bellezza riesce ad attrarre persone che altrimenti non l'avrebbero mai considerata per un uso quotidiano» spiega Armin Oberhollenzer, fondatore della Leaos di Bolzano, azienda ambiziosa che ha trasferito alle due ruote le logiche della carrozzeria di un'auto di lusso, optando per un telaio ultraleggero: «Lo facciamo a Bologna, un polo dei grandi esperti del settore». Così il peso scende di tanto, il pregio decolla. E magari sì, pure il prezzo lievita abbastanza, «ma ci rivolgiamo a una clientela parecchio scelta, che cerca un'unicità nel prodotto. In questa categoria vale la stessa filosofia degli abiti di alta moda: di un pezzo, ce ne devono essere pochi».

Tante, all'opposto, sono le soluzioni hi-tech che queste nuove bici portano addosso come una seconda pelle. Ecco allora Reevo, che mettendo da parte l'umiltà si definisce la «Tesla delle e-bike». Si sblocca con l'impronta digitale, il Gps avverte non appena si sta muovendo e dov'è in ogni momento. Virtù che il pubblico pare gradire, parecchio: Reevo è stata finanziata dal web, sulla piattaforma di crowdfunding Indiegogo, raccogliendo circa 3 milioni di euro (e di preordini) in poche settimane. Segno che il coraggio di osare paga e la pazienza non è un problema: i modelli verranno consegnati a luglio. Sulla stessa scia, le olandesi VanMoof, definite «inutili da rubare»: si bloccano a distanza con il telefonino e fanno suonare fragorosi allarmi che scacciano il più temerario dei malintenzionati. Le Cowboy di Bruxelles, invece, sono nomadi per natura ma col cuore d'oro: se c'è un incidente o una caduta, la rilevano. Chiedono al proprietario di dare un segnale, di confermare che sia tutto a posto, se non ricevono rassicurazioni chiamano un contatto d'emergenza memorizzato in una app. Che, in generale, è il cruscotto della bicicletta reinventata: ne indica la posizione, se non si ricorda il punto esatto dell'ultimo parcheggio; mostra la velocità di marcia, l'autonomia residua della batteria. Così non si rimane a secco d'energia proprio davanti a un percorso impossibile in salita.

«La propulsione elettrica non ha cancellato il fascino del mezzo, anzi ha amplificato la piacevolezza che sa regalare: il vento in faccia, la percezione della velocità» osserva Stefano Pivato, autore del libro La felicità in bicicletta (il Mulino), appena pubblicato.

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Le due ruote oggi trionfano perché, tentativi d'imbellettarsi e velleità di stupire a parte, sfidano le angustie del presente: «Se la pandemia è uno stato d'infermità, lo contrastano con il moto, il sudore, il benessere regalato al corpo. Il coronavirus obbliga al chiuso, alle brevi distanze, le bici incoraggiano ad andare lontano». E, con l'aiutino della batteria, sembrano persino allungare la vita: «Supportano chi non può più pedalare, affermano il mito dell'eterna giovinezza». Accendono sensazioni positive: «Fanno vincere» commenta Pivato «il pulito sullo sporco. Lo smog è lo sporco, la pandemia anche. La bici conduce verso un mondo pulito, dove si respira meglio assaporando la libertà».

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