Tasse

Tassa sui rifiuti, ecco perché in 7 anni è quasi raddoppiata

Secondo la Confcommercio a incidere in modo significativo sul peso della Tari sono le inefficienze dei Comuni che ci costano circa un miliardo

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Giuseppe Cordasco

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Smaltire i rifiuti sta diventando sempre più un costo insostenibile, soprattutto per le tasche dei contribuenti che ogni anno vedono il peso della Tari, l’imposta locale sull’immondizia, crescere di valore a fronte di un servizio che in molti casi diventa invece sempre più scadente.

A confermare questo scenario, numeri alla mano, è la Confcommercio che ha inaugurato, proprio con un approfondimento sulla Tari, il proprio osservatorio sulle tasse locali ('www.osservatoriotasselocali.it). Vediamo allora quali sono i dati più significativi che emergono da questo studio e quali sono le ragioni che, anno dopo anno, hanno fatto dell’imposta sui rifiuti un vero salasso per cittadini e imprese.

Un conto salato

Entrando allora nello specifico della ricerca di Confcommercio, si scopre che la tassa sull’immondizia  nel 2017 è arrivata, complessivamente, a 9,3 miliardi di euro con un incremento di oltre il 70% negli ultimi sette anni nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti.

In particolare per le imprese del terziario, si fanno sempre più evidenti distorsioni e divari di costo tra medesime categorie economiche a parità di condizioni e nella stessa provincia: ad esempio, fanno notare dalla Confcommercio “un albergo con ristorante di 1.000 metri quadri paga 4.210 euro l'anno a San Cesario (Lecce) mentre ne paga 7.770 a Lecce; per la stessa attività in provincia di Padova si passa dai 4.189 euro l'anno di Abano Terme ai 5.901 euro l'anno del capoluogo”.

Inefficienze dei Comuni

La spiegazione per questo inarrestabile trend crescente dei valori della Tari, secondo Confcommercio, è da ricercare soprattutto nell'inefficienza delle amministrazioni locali: c’è da notare infatti che in media  il 62% dei Comuni capoluogo di provincia registra una spesa superiore rispetto ai propri fabbisogni.

Proprio questa incapacità di smaltire la spazzatura in maniera economicamente sostenibile costa, a cittadini e imprese, ben 1 miliardo l'anno. Un costo questo legato anche al mancato raggiungimento degli obiettivi comunitari di raccolta differenziata: siamo infatti ancora al 52% contro il 65% fissato a livello europeo.

In molti casi, tra l’altro, le imprese pagano costi per un servizio mai erogato (con aggravi di oltre l'80%) o per il mancato riconoscimento della stagionalità delle attività.

“Nel primo caso, ad esempio a Roma – spiegano ancora dalla Confcommercio -, un distributore di carburante di 300 metri quadri paga 2.667 euro mentre l'importo corretto dovrebbe essere di 446 euro; nel secondo caso, un campeggio di 5.000 metri quadri nel Comune di Fiumicino paga 13.136 euro quando per i soli cinque mesi di attività ne dovrebbe pagare 5.473, oppure uno stabilimento balneare di 600 metri quadri, nello stesso Comune, paga 1.037 euro contro i 432 che dovrebbe pagare”.

Per affrontare in maniera seria il problema, secondo Confcommercio occorrerebbe allora applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell'intero sistema che rispetti il principio europeo del “chi inquina paga”.

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