Soldi

Al risparmiatore non far sapere quanto è caro il suo gestore

Da gennaio i clienti di banche e Sim dovrebbero finalmente sapere quanto spendono in commissioni e altri balzelli. Ma le lobby guadagnano tempo

Guido Fontanelli

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Una mattina il signor Rossi trova tra la posta una lettera della sua banca. La apre e per la prima volta nella sua vita viene a conoscenza di uno segreti meglio custoditi dall’industria del risparmio: quanto costa affidare i soldi agli istituti di credito e alle società di investimento. Scopre così che per gestire i 100 mila euro messi da parte negli anni, la banca gli fa pagare più di 2 mila euro tra commissioni di gestione, commissioni di performance, costi di custodia del portafoglio, costi di acquisto e vendita, commissioni valutarie e altri balzelli. Ovviamente il signor Rossi strabuzza gli occhi, nessuno gli aveva mai prospettato una spesa simile. E il suo umore tende al brutto realizzando che non solo nell’ultimo anno la performance del patrimonio è stata negativa, ma che in un decennio ha versato ai gestori oltre 20 mila euro: con quei soldi avrebbe potuto regalare una bella utilitaria alla moglie.
Però il signor Rossi quella lettera non l’ha ricevuta. Avrebbe dovuto, perché lo prevede la direttiva europea Mifid 2 approvata dal Parlamento europeo nel maggio 2014: la norma introduce l’obbligo per gli intermediari di comunicare al cliente, almeno su base annuale, tutti i costi applicati sui prodotti su cui ha investito, anche espressi in valore monetario. La direttiva sarebbe dovuta entrare in vigore in Europa il 1° gennaio del 2017 ma, su richiesta degli operatori, è stata rinviata di un anno, al 3 gennaio 2018. Ed è appunto sui dati relativi al 2018 che in questi mesi banche, reti di promotori e società di investimento avrebbero dovuto spedire ai loro clienti le lettere con il dettaglio dei costi: «as soon as possible» imponeva l’Esma, la Consob europea. Ma così non è stato. Perché, come ha rivelato il Sole-24 Ore dell’8 febbraio, le associazioni di settore Abi, Assogestioni, Assoreti e Assosim hanno chiesto alla Consob di proporre all’Esma un tavolo di lavoro per avere alcuni chiarimenti (tempistiche, modalità di calcolo dei costi, livello di disaggregazione dei dati) sull’informativa da predisporre ai clienti.

Guadagnare tempo

Un escamotage per guadagnare tempo? Ne sono convinti i consulenti finanziari indipendenti, quelli non legati a banche, assicurazioni o «fabbriche» di prodotti di risparmio. Sottolineano che banche e gestori hanno avuto più di un anno per sciogliere i loro dubbi: «Le osservazioni e le richieste contenute nel documento delle associazioni degli intermediari italiani fanno riferimento al regolamento delegato della Commissione europea pubblicato nell’aprile 2017» ricorda Massimo Scolari, presidente di Ascofind, associazione nazionale delle società di consulenza finanziaria. «Già da allora si sarebbe potuto interrogare le competenti autorità italiane ed europee in merito ai dettagli applicativi». Anche Moneyfarm, società di consulenza indipendente, è scesa in campo: «Abbiamo scritto alla Consob per esprimere la nostra preoccupazione riguardo al fatto che un’eventuale richiesta di chiarificazioni non ritardi l’applicazione della legge in tutela dei risparmiatori» dice Paolo Galvani, presidente e fondatore di Moneyfarm.
Le banche però negano di voler rallentare l’applicazione della normativa: «L’associazione bancaria» sottolinea Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi, «è fortemente impegnata, attraverso il continuo confronto con l’Esma e con la Consob, fin dal 2016, per una definizione di informative complete e trasparenti connesse ai costi e agli oneri degli investimenti finanziari. L’Abi non ha mai richiesto una proroga nell’applicazione di tali normative».

Costi troppo alti

Mentre la Consob il 1° marzo ha emesso un richiamo per sollecitare l’applicazione della Mifid 2 (quindi dopo l’articolo del Sole-24 Ore), i risparmiatori avrebbero tutte le ragioni per indignarsi: non solo perché la lobby di banche e intermediari sta frenando di fatto l’applicazione di una direttiva favorevole alla trasparenza; non solo perché l’intera vicenda è stata gestita nell’ombra e se non ci fosse stata la stampa ad occuparsene nessuno ne saprebbe nulla. In più c’è da considerare che l’industria del risparmio italiano non brilla per efficienza. Anzi: un recentissimo studio dell’Esma mostra che nel decennio 2008-2017 i costi degli strumenti azionari collocati in Italia (incluse le commissioni di sottoscrizione e riscatto) hanno inciso per il 37 per cento sulle performance lorde, ben oltre la media europea del 24 per cento. Nel caso dei fondi obbligazionari le commissioni pesano per il 33,5 per cento, contro la media continentale del 27. Non solo: anche i rendimenti offerti dai nostri gestori sono inferiori alle medie europee. La situazione peggiora se si considerano i prodotti assicurativi o i piani pensionistici privati, dove i costi sono molto elevati e i guadagni non particolarmente brillanti. «Spesso si sottovaluta l’impatto del costo degli investimenti sulla situazione economica delle persone» avverte Galvani di Moneyfarm. «Immaginiamo una famiglia con un risparmio di 100 mila mila euro investito sui mercati: non è inverosimile che essa spenda tra i 2 e i 3 mila euro per gestire il proprio risparmio. Si tratta di una cifra superiore a quella spesa per la maggior parte dei servizi a cui una persona, in circostanze ordinarie, accede. Spesso non esiste neanche la consapevolezza di pagarla».
In sostanza, siamo di fronte a un settore che costa tanto e offre un servizio poco trasparente. Lo testimoniano inchieste sul campo come quella condotta da Panorama in gennaio («Risparmio, vatti a fidare delle banche!» disponibile su panorama.it) o le indagini sulla soddisfazione dei consumatori: nel Consumer market scoreboard pubblicato dalla Commissione europea nell’ottobre 2018, il mercato dei prodotti finanziari riceve i voti peggiori in Europa insieme a quello dei mutui. In Italia il giudizio dei risparmiatori è ancora più severo, sta sotto la media di quasi 3 punti.

Possibile taglio di 3 miliardi

Con la Mifid 2 finalmente il cliente avrà la possibilità di conoscere i costi relativi ai suoi investimenti, di fare dei confronti e di operare in modo più consapevole. Ma questa trasparenza avrà un impatto sui conti degli intermediari che evidentemente sono molto preoccupati. «In tutta Europa» conferma Stelvio Bo, consulente finanziario indipendente, «l’industria dei risparmi si sta arrovellando su come risolvere questo rebus: dire finalmente ai clienti quanto costa farsi guidare dalle banche e dai promotori delle reti del risparmio gestito. Alcune tecniche su come calcolare i costi sono da affinare, e nei prossimi anni arriveranno standard ufficiali più precisi. Tuttavia richieste come quella rivolta a Consob dall'industria del risparmio, apparsa come estrema tattica dilatoria alle associazioni dei consumatori italiane, nel resto d’Europa non sono segnalate».
«Si presume che l’introduzione della Mifid 2 comporterà una riduzione drastica dei costi» aggiunge Galvani di Moneyfarm. «Sicuramente nel medio termine possiamo aspettarci un avvicinamento alla media europea che è destinata anch’essa ad abbassarsi, visto che la direttiva avrà un effetto anche nei Paesi dove i costi degli investimenti sono già più bassi».
Gli italiani detengono circa 2 mila miliardi di euro in titoli, fondi e prodotti assicurativi e si può stimare, a spanne, che su questa cifra paghino circa 20-30 miliardi di commissioni. «Se i costi applicati ai risparmiatori italiani venissero abbassati a livelli europei» azzarda Scolari di Ascofind, «i clienti potrebbero risparmiare 7-8 miliardi. Una cifra simile a quella stanziata per il reddito di cittadinanza».

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