Nel Recovery fund c'è qualcosa di positivo
(Ansa)
Nel Recovery fund c'è qualcosa di positivo
Economia

Nel Recovery fund c'è qualcosa di positivo

172 mld, tra prestito e sussidi, stanno arrivando nelle casse italiane. Ecco che cosa potremmo farci

Novità . Siamo di fronte a un piano da 750 miliardi di euro, di cui ben 500 in sussidi e 250 in prestiti. L'Italia, Paese più colpito dalla crisi provocata dal coronavirus, sarebbe il primo beneficiario con 172 miliardi totali, di cui 82 in sussidi. Numeri enormi, che dovranno superare le forche caudine delle trattative tra i vari governi: alla fine probabilmente saranno di meno. Difficilmente si poteva fare di più, ma si tratta comunque di un bazooka mai visto prima. E l'Italia si troverà a ricevere più soldi di tutti.

Un'occasione d'oro per rinnovare il nostro Paese. E invece su che cosa si è subito concentrato il dibattito politico? Il ministro degli Esteri pentastellato Luigi Di Maio ha detto: "Usiamo i soldi del Recovery fund per abbassare le tasse". La sua compagna di partito e viceministro dell'Economia Laura Castelli ha parlato di un nuovo piano shock del governo per la riduzione delle tasse, "intervento che deve essere fatto ora, perché non è possibile più aspettare e che sarà finanziato anche con il Recovery Fund della Commissione europea". Una linea, quella di considerare il taglio delle tasse una priorità, che sembra condivisa dalla maggioranza di governo.

Ma è corretto legare sussidi e prestiti una-tantum alla diminuzione strutturale del carico fiscale? Ovviamente no. Però promettere la riduzione delle tasse porta consenso e sembra che solo a questo pensino alcune forze politiche: mettere più soldi in tasca agli elettori, parlare più alla pancia che alla testa. In un perenne clima elettorale che ci regala gli 80 euro di Matteo Renzi, la quota 100 di Matteo Salvini, il reddito di cittadinanza di Luigi Di Maio.

Troppo complicato e poco sexy presentare all'opinione pubblica i problemi veri del Paese. Che sono l'enorme evasione fiscale, una giustizia civile lentissima, una burocrazia soffocante, la difficoltà a ottenere credito, una rete digitale anche poco sviluppata, le infrastrutture che crollano, una scuola antiquata. Qui dovranno andare i soldi europei: avviare tanti investimenti per modernizzare l'Italia, dare lavoro e mantenere in piedi il sistema economico. L'ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, che qualcuno vorrebbe alla guida del governo, nel suo intervento sul Financial Times pubblicato il 25 marzo scorso, ha scritto che la priorità in questa recessione gravissima è "proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro. Se non lo faremo, usciremo da questa crisi con un'occupazione e una capacità produttiva danneggiate in modo permanente, le famiglie e le aziende faticheranno a riassestare i bilanci e a ricostruire patrimonio netto".

Nelle sue ultime raccomandazioni all'Italia, il Fondo monetario scrive che avere dopo il lockdown una forte ripresa economica dipenderà dal miglioramento delle reti di sicurezza sociale e da un ampio sostegno fiscale. "Ciò include investimenti pubblici in sanità, infrastrutture e cambiamenti climatici".

Accusiamo l'Europa di non avere una visione del futuro e noi parliamo di pagare meno tasse. Ma poi, noi italiani siamo davvero così vessati dal fisco? Le imprese sicuramente lo sono: la pressione fiscale su di loro è pari al 59,1%, la seconda più pesante in Europa dopo i francesi (60,7%). Qui sicuramente occorre intervenire per sostenere il sistema produttivo diminuendo il cuneo fiscale.

Ma Di Maio e company parlano di Irpef. E qui le cose agli italiani, a molti italiani, non vanno affatto male. Secondo i dati di Eurostat aggiornati al 2018, l'Italia è al settimo posto in Europa per pressione fiscale complessiva: la Francia è in prima posizione con il 48,4% seguita da Belgio (47,2%), Danimarca (45,9%,) Svezia (44,4%), Austria (42,8%), Finlandia (42,4%) e appunto Italia (42%). La media europea è al 40,3%. Quindi, a leggere questi dati, non si direbbe che la riduzione della pressione fiscale, a parte quella sulle aziende, sia una priorità.

Semmai bisognerebbe smetterla di far pagare le tasse a poche persone: in Italia c'è un 49% di contribuenti che non dichiara reddito e non paga nulla di Irpef. Poi c'è una fascia intermedia che versa poche centinaia di euro all'anno e infine c'è quel 12% di contribuenti con redditi annui compresi tra i 35 mila e i 300 mila euro annui che paga il 57% dell'Irpef totale.

Anche per quanto riguarda la tassazione sugli immobili non siamo messi male: secondo un report dell'Eurostat datato 2019, in Francia pesa sul Pil nazionale per il 4,9%, seguita da Regno Unito (3,1%), Belgio (3,6%), Grecia (3,3%), Spagna (2,7%), Danimarca (2,4%) e Italia al settimo posto con il 2,3%. La media nell'Ue è del 2,6%. Ci si potrebbe anche chiedere se non avrebbe senso aumentare la tassazione sulle case e ridurre quella sul lavoro, in modo da stanare gli evasori (difficile sfuggire all'imposta su un bene così visibile come una casa). Da tempo, del resto, La ricetta dell'Fmi per l'Italia prevede un aumento delle imposte sui consumi e sul patrimonio, compresa la prima casa, e meno tasse sul lavoro. Ma toccare la casa è un tema altamente impopolare.

Meglio promettere meno tasse grazie ai soldi europei. Non stupiamoci se poi alcuni Paesi europei, meglio amministrati del nostro, nutrono qualche dubbio…

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