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(Ansa)
Economia

L'oro è il denaro dei re (dell'est e del Medio Oriente)

Ragioni economiche e geopolitiche dietro l'inarrestabile corsa as accaparrarsi il metallo prezioso

La corsa dell’oro di queste settimane non proviene da investitori privati, se non marginalmente, ma dalle banche centrali e dall'Estremo Oriente: riflette un mondo che si sta sempre più fratturando lungo linee di faglia geopolitiche, culturali, economiche e strategiche. La domanda del metallo giallo delle banche centrali è stata pari a 290 tonnellate nel primo trimestre, un inizio più forte di qualsiasi anno mai registrato. Se da sempre il metallo giallo è considerato una potenziale fonte di stabilità monetaria e di sicurezza economica oggi è qualcosa di più: assistiamo ad nuova politicadell'oro, governata dalle tensioni per la sicurezza globale di un mondo in evoluzione, che riflette la crescente convinzione che stia emergendo un nuovo ordine politico e che stiano aumentando i rischi geopolitici del sistema valutario fiat.

Gli sforzi di Russia e Cina per allentare la loro dipendenza dal dollaro USA stanno accrescendo la frattura del sistema monetario globale ed hanno spinto il prezzo del metallo giallo a raggiungere i 2.450 dollari per oncia troy con un aumento del 25% dall’inizio del conflitto in Medio Oriente. Nei numeri è la Cina a trainare la corsa, la Banca Centrale Cinese (PBOC) che possedeva solo 395 tonnellate d’oro nel 2000 ora ne ha 2.262. Ha acquistato 160.000 once solo a marzo, segnando il suo 17° acquisto mensile consecutivo. Ad aprile gli acquisti cinesi all'estero di oro fisico sono diminuiti del 30% rispetto a marzo a causa dei prezzi record. La quota di oro nelle sue riserve valutarie totali è arrivata al 4,3% mentre nel contempo la PBOC ha ridotto le sue partecipazioni in obbligazioni statunitensi dal 44% al 30%.

Anche i consumatori cinesi stanno aumentando i loro investimenti nel metallo giallo per proteggere i loro risparmi in un mercato azionario volatile, con uno yuan in deprezzamento ed una crisi immobiliare di cui ancora non si intravede con chiarezza la fine. La China Gold Association riferisce che tra gli acquisti, nel primo trimestre del 2024, sono aumentati di circa il 27% quelli di lingotti e monete d'oro, che riflettono la ricerca, da parte dei consumatori, della “protezione aurea”.

La produzione cinese d’oro è aumentata del 21% a 139 tonnellate nei primi tre mesi dell'anno ma circa 53 tonnellate sono state prodotte con minerali importati, evidenziando anche in questo settore la dipendenza di Pechino dall’estero. Secondo il World Gold Council, la Russia è ora il secondo produttore globale di oro con 324,7 tonnellate nel 2023, dietro la Cina con 374 milioni di tonnellate. A livello globale la produzione di oro primario è prevista in crescita a circa 3.045 tonnellate per il 2024 rispetto alle 2.893 del 2023. Previsione confermata in crescita anche per il 2025, a oltre 3.125 tonnellate, e fino a quasi 3.175 tonnellate nel 2026.

Ma l’accesso al metallo primario si complicherà sempre più con l’emergere del nazionalismo delle risorse tra i paesi esportatori: di recente il primo ministro della Papua Nuova Guinea (PNG), James Marape, ha proposto due disegni di legge che creerebbero una National Gold Corp. con il controllo monopolistico sulla raffinazione e la commercializzazione dell’oro estratto. Un fenomeno che entra in quella categoria di onde sismiche in corso, che stanno capovolgendo tutto ciò che abbiamo conosciuto per 30 anni e dove a farne le spese, questa volta, saranno compagnie minerarie come la canadese Barrick Gold e la statunitense Newmont Corp. che vedranno i loro contratti interrompersi bruscamente mentre per il Paese il risultato sarà quello di allontanare gli investimenti diretti esteri.

Se la domanda cinese è uno dei motivi che sostengono i prezzi dell'oro, ed il sentimento globale di avversione al rischio sta alimentando la domanda, quello che segna una significativa frattura con il passato è che questa corsa sta avvenendo in un contesto di tassi di interesse più elevati e con un dollaro USA forte. Tradizionalmente nessuna di queste due condizioni è stata una premessa per la crescita del prezzo del metallo giallo. I rendimenti del Tesoro USA più alti, grazie ai ritardi nei tagli dei tassi d'interesse, non sono riusciti a frenare il rally dell'oro e si è quindi interrotta la relazione inversa tra dollaro USA e oro.

La confisca dei beni esteri russi, 600 miliardi di dollari congelati dall’Occidente, ha fornito un’ulteriore spinta alla percezione di molti Stati che gli investimenti in dollari USA non siano più sicuri. Di conseguenza quei Paesi che non fanno direttamente parte del sistema di alleanze americano sono ora alla ricerca di alternative guidati dalle preoccupazioni per il rischio di sanzioni. La Banca Centrale della Turchia ha accumulato oro per 10 mesi consecutivi, acquistandone 30 tonnellate durante il primo trimestre e portando le sue riserve a 570 tonnellate. Anche la Reserve Bank of India nello stesso periodo ne ha acquistate 19 tonnellate ed anche altri paesi, sia pure in misura minore, hanno aumentato i loro acquisti: Kazakistan, Singapore, Oman e Repubblica del Kirghizistan.

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale (FMI) conferma la tendenza dei gestori delle riserve valutarie ad aumentare le riserve auree per proteggersi dall'incertezza economica e dal rischio geopolitico, comprese le sanzioni. Le restrizioni commerciali sono più che triplicate dal 2019, mentre le sanzioni finanziarie si sono estese e l'indice di rischio geopolitico ha registrato un'impennata dal 2022. Ma soprattutto fa riflettere come l’FMI abbia fatto marcia indietro su 46 anni di ostilità verso il “gold standard” accogliendo con favore l'introduzione, da parte dello Zimbabwe, dello ZiG, l’abbreviazione di Zimbabwe Gold, la nuova valuta del Paese legata all'oro e sostenuta da 2,5 tonnellate di lingotti detenuti presso la banca centrale.

Niente di nuovo, nel 2022, la Russia ha ancorato il rublo all'oro: 5.000 rubli valevano un'oncia del metallo giallo. Ancorare la valuta al gold standard da parte del primo produttore di gas naturale e terzo produttore di petrolio a livello globale ha offerto ad altri paesi in tutto il mondo un'opzione alternativa. Questo ha consentito alla Russia di vendere energia a prezzi scontati e trovare un'alternativa ai mercati energetici occidentali riuscendo a sostenere le circa 16.000 sanzioni strategiche emesse da alcune delle economie più potenti del mondo. Forse era il caso di pensarci prima che miliardi e miliardi di dollari di oro russo sarebbero stati scambiati liberamente, gli Emirati Arabi Uniti hanno importato 96,4 tonnellate di oro russo solo nel 2022. evitando quelle sanzioni.

Naturalmente esiste anche il rovescio della medaglia e, per quanto il World Gold Council sostenga che l'oro è il luogo più sicuro in cui investire in tempi di conflitto, il suo prezzo sale e scende come qualsiasi altra cosa. Ecco perché l'obiettivo di Putin di ancorare il rublo all’oro va valutato per quello che è: più che una mossa geniale l’unica alternativa possibile. Di certo finché il dollaro aumenta la strategia di Putin funziona, ed il concreto rischio della contromisura occidentale di far crollare il prezzo dell’oro con una vendita massiccia da parte delle banche centrali, potrebbe comportare una ricaduta di effetti negativi anche per il dollaro.

Dobbiamo quindi attenderci una imminente de-dollarizzazione? La diversificazione, che effettivamente sta avvenendo, è un processo lento perché nessun'altra valuta è in grado di intervenire per riempire il vuoto. Il dollaro rappresenta circa il 60% delle riserve valutarie globali e gestisce oltre l'85% delle transazioni internazionali, ma soprattutto questa percentuale è solo leggermente inferiore a quella del 1989, e testimonia la resilienza del biglietto verde. Con buona pace di tutti coloro, sempre di più, che vogliono che i loro risparmi siano qualcosa che i governi non possono stampare e che non vedono asset migliore del metallo giallo che da migliaia di anni è al servizio della protezione della ricchezza.

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Giovanni Brussato